Hormuz

Russia sfrutta la crisi di Hormuz per rilanciare le esportazioni energetiche verso l’Asia

Fin dall’inizio della guerra in Medio Oriente, la Russia è apparsa tra i Paesi che avrebbero potuto ricavarne i maggiori vantaggi, soprattutto sulla vendita di petrolio e gas. E davanti alle porte del Cremlino ci sarebbe già la fila

di Antonella Scott

 La bandiera nazionale russa sventola dietro un cartello con il logo della compagnia petrolifera Rosneft, installato presso una stazione di servizio a San Pietroburgo, in Russia REUTERS

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Per noi lo Stretto di Hormuz rimane aperto, è chiuso soltanto ai nemici», precisa Jurij Ushakov, consigliere per la Politica estera di Vladimir Putin. Confermando l’inclusione di Mosca nel gruppetto di «nazioni amiche» a cui gli iraniani hanno consentito la navigazione commerciale nel corridoio di mare al centro del conflitto tra Teheran, Israele e gli Stati Uniti.

Fin dall’inizio della guerra in Medio Oriente, la Russia è apparsa tra i Paesi che avrebbero potuto ricavarne i maggiori vantaggi: «La minaccia di una spaccatura della Nato, l’allentamento delle sanzioni, la grave crisi energetica in Europa, la sospensione degli aiuti e dei prestiti all’Ucraina – elencava nei giorni scorsi il premier polacco Donald Tusk -: tutto questo sembra il piano dei sogni per Putin».

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Secondo i dati di Argus Media riportati ieri dall’agenzia Bloomberg, il rally globale del petrolio ha consentito ai prezzi della varietà russa Urals di salire ai massimi di 13 anni: 116,05 dollari al barile toccati la settimana scorsa, più del doppio dei 59 dollari preventivati dal budget federale 2026.

Una stima che solo un mese fa era apparsa troppo ottimista: ma che ora consente al Cremlino di rivedere i piani, di rinviare i tagli alla spesa e la prudenza fiscale che il calo delle entrate dell’energia sembrava aver reso inevitabili. Sembra dunque congelata, per il momento, la speranza che le difficoltà dell’economia potessero indurre il presidente russo a cercare una conclusione negoziata della guerra in Ucraina.

Il “cessato allarme” per i conti russi dipenderà naturalmente dalla durata di una crisi che ha conosciuto violenti sbalzi: ma l’allentamento delle restrizioni americane nei confronti delle vendite russe di petrolio, il rialzo dei prezzi e la ricerca in tutto il mondo di fonti alternative alle forniture del Golfo dà alle autorità russe il pretesto per proporsi come parte della soluzione. Del petrolio russo non si può fare a meno, ripetono.

E davanti alle porte del Cremlino ci sarebbe già la fila. «Ora che il mondo si è infilato in una crisi economica ed energetica piuttosto grave, e che peggiora di giorno in giorno – ha detto ieri il portavoce Dmitrij Peskov – la situazione del mercato e delle risorse sono trasformate. E il numero delle richieste per acquistare le nostre risorse energetiche è enorme, da diverse parti. Stiamo negoziando seguendo al meglio i nostri interessi».

Peskov ha chiarito che le richieste non riguardano l’Europa. L’aumento della domanda dai Paesi asiatici – Vietnam, Thailandia, Filippine, Indonesia, Sri Lanka – ha però ridimensionato lo “sconto” a cui i russi erano stati costretti dalle sanzioni, che aumentano i rischi e i costi logistici e assicurativi.

Ancor più del petrolio, la Russia potrebbe rivelarsi una delle poche alternative in grado di aumentare rapidamente la produzione di fronte al deficit di gas naturale liquido.

E se l’Europa, come la vede Peskov, continua a «tirarsi la zappa sui piedi» - gas e petrolio russi saranno completamente banditi nella Ue a partire dal 2027 – all’inizio della guerra iraniana Putin si era rapidamente mostrato disponibile a tornare a lavorare con i migliori clienti di un tempo: se gli europei, aveva specificato, «fossero pronti a ristabilire con noi una cooperazione a lungo termine sostenibile e libera da pressioni politiche, noi non l’abbiamo mai rifiutata».

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