Tra i perdenti ci sono tutte le imprese negli Usa e in Cina che esportano i prodotti tassati, come tutte quelle che acquistano quei prodotti e li utilizzano come beni intermedi o componenti. Nell’elenco ci sono di sicuro i produttori di soia americani, che erano i principali fornitori della Cina e hanno visto le loro vendite su quel mercato crollare, insieme ai loro prezzi. Allo stesso tempo, sono aumentati i prezzi praticati dai produttori di soia brasiliani, che invece possono iscriversi tra i vincitori della guerra dei dazi dichiarata da Trump.
Schivare i dazi
I dazi spostano i flussi commerciali, altra regola ben nota alla teoria economica. Se il Paese che tassa l’import non ha capacità produttiva inutilizzata da attivare, oltre a sperimentare un’aumento dei prezzi nel settore interessato, vede un reindirizzamento dei flussi.
E infatti, la ricerca dell’Fmi sottolinea che la flessione delle importazioni Usa dalla Cina sono state compensate dall’aumento delle importazioni da altri Paesi, soprattutto dal Messico. Dopo l’imposizione di dazi su 16 miliardi di beni importati dalla Cina ad agosto del 2018, gli acquisti da quel Paese sono diminuiti di circa 850 milioni di dollari. Contemporaneamente, è aumentato di circa 850 milioni di dollari l’import di quei prodotti dal Messico.
Effetto globale
L’Fmi lancia l’allarme da tempo. E nell’Outlook di aprile lo ha ribadito con forza, affermando che la guerra commerciale è la principale minaccia alla «delicata» congiuntura del 2019 e alla cagionevole ripresa attesa per il 2020. L’aumento delle tariffe sull’intero interscambio tra Usa e Cina, afferma ora la ricerca, costerebbe al Pil mondiale lo 0,3% nel breve termine, soprattutto attraverso il calo della fiducia dei mercati e degli operatori economici e la frenata degli investimenti.
Non solo: le barriere tariffarie, ammonisce il Fondo, metteranno in crisi le catene globali di fornitura e produzione (global supply chain) e rallenteranno l’adozione e diffusione delle nuove tecnologie.