Analisi del perimetro giuridico

La governance delle acque condivise ridisegna rotte e risorse

Nel Mediterraneo le Zone economiche esclusive dei singoli Stati spesso si sovrappongono. Non bastano le convenzioni UNCLOS, servono accordi bi e multilaterali. E grazie alla tutela ambientale maggiore condivisione di informazioni

di Charlye Ghezzi

Una centrale petrolifera nel Mar Mediterraneo (Imagoeconomica)

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Per secoli, il mare è stato considerato un territorio di passaggio, regolato dalla libertà di navigazione. Oggi, però, la pressione demografica, la transizione energetica e la rivalità geopolitica hanno trasformato le sue acque in una frontiera contesa. La domanda che definisce la nostra epoca non è più chi controlla il mare, ma chi è in grado di governarlo in modo cooperativo. La gestione delle Zone economiche esclusive, le ZEE, è diventata il termometro della stabilità regionale. Dove un tempo si tracciavano linee immaginarie per dividere, oggi si cerca di costruire framework giuridici condivisi per proteggere, esplorare e preservare.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Per comprendere la posta in gioco, bisogna prima chiarire cosa sia una Zona economica esclusiva. Istituita dalla Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare, nota universalmente come UNCLOS e adottata nel 1982, la ZEE concede a uno Stato costiero diritti sovrani per l’esplorazione e lo sfruttamento delle risorse marine fino a duecento miglia nautiche dalla propria linea di base. Sulla carta, il concetto è lineare. Nella realtà del Mediterraneo, però, si scontra con una geografia ostile. Essendo un mare semichiuso, le distanze tra le coste opposte sono spesso inferiori alle 400 miglia necessarie per due ZEE complete e non sovrapposte. Il risultato è un intricato mosaico di rivendicazioni confliggenti, dove i confini marittimi si accavallano come pezzi di un puzzle disegnato male. In questo scenario, l’applicazione rigida e letterale delle regole globali rischia di generare attriti continui. La soluzione, come evidenziato dalle più recenti strategie di sicurezza marittima dell’Unione europea, risiede nell’adattare i principi dell’UNCLOS attraverso accordi regionali bilaterali o multilaterali.

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La corsa alle risorse

Il bacino orientale del Mediterraneo ha vissuto nell’ultimo decennio una rinascita energetica, con la scoperta di giganteschi giacimenti di gas naturale come Leviathan e Zohr. Questi ritrovamenti hanno promesso indipendenza energetica e crescita economica, ma hanno anche acceso micce geopolitiche, dimostrando quanto la mancanza di confini marittimi concordati possa trasformare una benedizione geologica in una maledizione strategica. Parallelamente, la transizione verso le energie rinnovabili sta spostando l’attenzione verso l’eolico offshore e l’estrazione di minerali critici dai fondali. Tuttavia, nessun investitore istituzionale impegna miliardi di euro in infrastrutture offshore in un’area dove il titolo di proprietà del fondale marino è contestato. La certezza del diritto è il prerequisito assoluto per la sicurezza degli investimenti. È qui che la diplomazia economica gioca un ruolo cruciale. Accordi di delimitazione marittima, come quelli progressivamente raggiunti tra diversi attori regionali negli ultimi anni, non sono solo esercizi cartografici: sono veri e propri trattati di pace economica che sbloccano il potenziale produttivo.

In questo contesto, l’industria della difesa e della cantieristica assume un ruolo abilitante fondamentale. La governance del mare non si realizza solo con firme su pergamene, ma richiede una presenza fisica costante e credibile. Attori industriali di primo piano forniscono l’infrastruttura materiale di questa diplomazia. Da un lato, progettano e costruiscono le piattaforme e le navi appoggio necessarie per l’esplorazione e la produzione energetica sostenibile in acque profonde. Dall’altro, forniscono alle marine militari e alle guardie costiere le unità navali di pattugliamento e sorveglianza che rendono effettiva la sovranità dello Stato. Senza queste capacità industriali, qualsiasi accordo sulla carta rimarrebbe lettera morta, incapace di monitorare le proprie acque o di rispondere a emergenze. La sinergia tra la capacità produttiva nazionale e la strategia del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale crea un circolo virtuoso: la stabilità marittima favorisce gli accordi commerciali, che a loro volta giustificano gli investimenti in capacità di controllo e protezione del mare.

I controlli

Ma come si controlla un’area così vasta e trafficata? La risposta risiede nella cooperazione operativa e nel pattugliamento congiunto. Il Mediterraneo è troppo complesso per essere sorvegliato efficacemente da una singola nazione. Le minacce sono ibride e transnazionali: vanno dal traffico illecito di migranti e merci all’esplorazione non autorizzata di idrocarburi, fino ai rischi di incidenti ambientali o atti di sabotaggio alle infrastrutture critiche sottomarine, come i cavi per le telecomunicazioni e i gasdotti. Per affrontare queste sfide, gli Stati stanno sempre più facendo affidamento su meccanismi di condivisione delle informazioni e operazioni congiunte. L’Agenzia europea per la sicurezza marittima, con il suo sistema di sorveglianza satellitare CleanSeaNet, fornisce un quadro situazionale comune, rilevando sversamenti di idrocarburi e movimenti navali sospetti in tempo reale. Queste informazioni vengono poi condivise con le autorità nazionali e con missioni come l’operazione EUNAVFOR MED IRINI, che monitora l’embargo sulle armi e contribuisce alla stabilità complessiva della regione. Il pattugliamento congiunto non serve solo a reprimere le attività illegali; ha un valore politico intrinseco. Quando le marine di Paesi con relazioni tese si esercitano insieme o condividono dati operativi, costruiscono abitudini di cooperazione e canali di comunicazione diretta che possono prevenire incidenti o incomprensioni dal degenerare in crisi aperte.

La tutela ambientale

L’inquinamento marino non riconosce confini giurisdizionali. Una fuoriuscita di petrolio al largo di una costa può raggiungere le spiagge di un paese limitrofo nel giro di poche ore, spazzando via economie locali basate sul turismo e distruggendo ecosistemi fragili. La Convenzione di Barcellona, il pilastro del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente nel Mediterraneo, dimostra come la necessità di proteggere il mare possa unire nazioni con diverse priorità politiche. Questo trattato, costantemente aggiornato attraverso protocolli aggiuntivi, obbliga gli Stati contraenti a cooperare nella prevenzione dell’inquinamento, nella gestione delle aree marine protette e nella risposta alle emergenze. La condivisione di dati scientifici sulla salute del mare, la coordinazione dei piani di soccorso e la creazione di zone di protezione ecologica transfrontaliere sono misure che costruiscono fiducia. Questa fiducia, una volta consolidata sul fronte ambientale, tende a traboccare e a facilitare il dialogo su questioni più spinose, come la delimitazione dei confini o la gestione congiunta delle risorse ittiche.

Il framework giuridico

Nonostante questi progressi, il percorso verso una governance marittima pienamente cooperativa è irto di ostacoli. Rimangono diverse controversie irrisolte sulla delimitazione delle ZEE, alcune delle quali coinvolgono attori statali e non statali in scenari di estrema complessità. In questi casi, il diritto internazionale offre strumenti di risoluzione delle controversie, come l’arbitrato o il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia, ma la loro efficacia dipende dalla volontà politica delle parti di sottoporvisi. Gli analisti non concordano sulla velocità con cui queste dispute potranno essere risolte definitivamente. Tuttavia, la tendenza consolidata suggerisce che la gestione provvisoria e cooperativa delle risorse in aree contese, in attesa di una delimitazione finale, stia guadagnando terreno come soluzione pragmatica. Questo approccio, noto come joint development zone, permette ai Paesi di condividere i proventi dello sfruttamento delle risorse senza pregiudicare le rispettive rivendicazioni giuridiche di lungo periodo.

Mentre le tecnologie di esplorazione sottomarina avanzano e la domanda di energia e minerali critici continua a crescere, la finestra per stabilire regole chiare e condivise si sta restringendo. Il vero test per la diplomazia del ventunesimo secolo premierà non sarà chi riuscirà a rivendicare la porzione più ampia di fondale marino, ma chi avrà la lungimiranza di costruire le istituzioni e le abitudini di cooperazione necessarie a garantire che il Mediterraneo rimanga un motore di prosperità e non diventi il teatro di nuovi, costosi conflitti.

Charlye Ghezzi è analisti geopolitico e specialista in tecnologia e sicurezza governativa

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