La geopolitica dei microchip
di Carlo Reita
3' di lettura
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Cosa succederebbe se la Cina attaccasse Taiwan e interrompesse l’esportazione di microchip o nuovi conflitti mettessero ancora a rischio le catene globali di approvvigionamento di questi componenti? Una recente inchiesta del New York Times ha rilanciato la dipendenza degli USA dall’Isola in questo settore e dettagliato le iniziative – non efficaci - prese dagli Stati Uniti per ridurre i gravi impatti sul loro sistema economico.
Ma qual è la situazione europea? Anche il nostro Continente dipende da Taiwan, anche se in modo molto diverso. La situazione UE è il risultato di anni di scelte sia industriali sia politiche che hanno portato l’Europa a perdere la transizione da una industria fatta di società che progettavano, fabbricavano e vendevano i propri componenti (IDM, integrated device manufacture, fabbricanti integrati di dispositivi) a una dove - pur essendo ancora presenti IDM e con l’eccezione dei produttori di memorie- l’industria è dominata da società che si sono specializzate o nella fabbricazione di circuiti per conto terzi (Foundries), tra cui la più avanzata è la taiwanese TSMC, o nella loro progettazione senza capacità di produzione proprie (Fabless), di cui la più nota è Nvidia. Oggi, se ci basiamo sulla proprietà, in Europa abbiamo tre IDM, tra cui l’Italiana STMicroelectronics, con capacità di produzione ma in tecnologie mature o specializzate, e alcune foundries. Comunque, tutti gli attori presenti - sia IDM (tranne Intel in Irlanda) sia foundry come US GlobalFoundries o la taiwanese ESMC (una Joint Venture tra TSMC e alcuni suoi clienti europei) - hanno solo tecnologie di almeno quattro generazioni in ritardo rispetto a Taiwan. Pochissime e di dimensioni molto piccole le fabless. Questa è una prima profonda differenza tra Europa e USA, in quanto il ritardo europeo non si limita solo alle capacità di fabbricazione ma anche a quelle di progettazione di nuovi componenti. L’assenza di capacità di fabbricazione avanzata - e questa è la seconda grossa differenza rispetto agli USA - è dovuta alla mancanza di domanda interna. Contrariamente ai primi anni 2000 e ancora oggi in USA, in Europa non esistono più gli attori dell’elettronica di consumo e gli integratori di sistemi avanzati come supercomputer e datacenters. Sono questi che costituiscono i mercati con i volumi di produzione necessari e la spinta verso le nuove tecnologie che hanno fatto da motore agli sviluppi in Asia e negli USA. L’automobile, l’aerospaziale e l’elettronica industriale sono i soli settori dove l’industria europea è ancora fortemente presente. Purtroppo, questo mercato interno resta troppo piccolo per sostenere, da solo, gli enormi investimenti che sarebbero necessari per stimolare produzioni avanzate sul continente.
Per l’Italia e per l’Europa, quindi, la mancanza dei chip avanzati prodotti solamente a Taiwan avrebbe un impatto importante ma quantitativamente limitato sull’industria domestica. Per le tecnologie mature, invece, una progressiva diversificazione dei fornitori e una migliore gestione della supply chain potrebbero compensare un blocco eventuale nel rifornimento, sia pure al prezzo di un aumento dei costi. Il vero impatto, gravissimo, sarebbe quello indiretto. Non mancherebbero i chip ma tutta l’elettronica di consumo, i supercomputer e tutti i sistemi elettronici per i quali oggi, dipendiamo dalle importazioni dagli USA e dall’Asia. Per questo motivo, una strategia europea non può limitarsi ai chip ma deve affrontare il problema di tutta la filiera elettronica.
La Fondazione Chips-IT, al suo livello, cerca di dare una risposta al problema della mancanza di capacità di progettazione. Costruendo per la prima volta in Italia una infrastruttura di punta nel settore, Chips-IT ha come obiettivo di offrire delle capacità di ricerca che possano rafforzare l’industria italiana nei suoi settori chiave e stimolare la nascita e la crescita di fabless italiane ed europee. Il raggiungimento di questo obiettivo passa per la costituzione di gruppi di ricerca di altissima qualità che offrano la possibilità a brillanti ingegneri elettronici di rimanere e facciano rientrare altri che sono partiti all’estero. Attivi da oramai diciotto mesi, la Fondazione è in linea con il programma di sviluppo previsto ed ha già stretto rapporti di collaborazione con industriali come Luxottica e Stellantis.
Carlo Reita, direttore della Fondazione Chips-IT








