La gara continua: dalle piste da sci alle gallerie d’arte
La performance atletica è una metafora del contemporaneo. Da Jeff Koons a Paul Pfeiffer, la sua rappresentazione entra nelle gallerie più quotate e in asta sbanca le previsioni.
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Sin dall’antichità lo sport ha rappresentato un soggetto per gli artisti. Ma non è mai stato fine a se stesso, quanto piuttosto un pretesto per esplorare ciò che sta al di là: l’estetica del corpo in movimento, la tensione drammatica, l’ideologia di un’epoca, i valori di una società. Dall’atleta greco, eroe semidivino, a quello contemporaneo, icona globale e prodotto commerciale, l’arte ha raccontato l’evoluzione del nostro rapporto con il corpo, la competizione e la sua spettacolarizzazione.
Oggi, sulla scia dei grandi eventi sportivi come le Olimpiadi Invernali Milano Cortina e i Mondiali di calcio della prossima estate in Messico – ma si è percepito già con i Giochi di Parigi del 2024 –, lo sport è tornato a essere un tema sentito nella produzione artistica, nelle mostre e anche sul mercato. A Praga è nata, addirittura, la piattaforma Sport in Art completamente dedicata a questo dialogo, con un marketplace online per collezionisti con opere a prezzi accessibili, e una dozzina di mostre fisiche organizzate dal 2017 a oggi.
Anche la casa d’aste Sotheby’s, la scorsa estate, ha dedicato una selling exhibition ai ritratti di giocatori di basket dell’artista di base a Los Angeles Julian Pace, classe 1988: dipinti di grandi dimensioni che raffigurano le icone del basket, da Larry Bird a Kobe Bryant, in maniera monumentale, ma al tempo stesso profondamente intimi, capaci di far emergere l’uomo dietro alla celebrità.
Se, infatti, lo sport, storicamente, è stato interpretato dagli artisti come una metafora del dinamismo e del mondo moderno, nell’arte contemporanea la prospettiva è cambiata. Crollati i grandi ideali e le narrazioni trionfanti, gli artisti hanno trattato il tema sportivo con uno sguardo più rigoroso, affrontando temi legati all’identità, alle disuguaglianze, al consumismo, all’ambiente. È il caso, ad esempio, della mostra White Out, ora in Triennale, che guarda agli sport invernali nel contesto della crisi climatica, esplorando il rapporto tra pratiche sportive, design e innovazione.
Il basket, soprattutto negli Usa, è sempre stato per gli artisti un modo di parlare di questioni identitarie, per raccontare storie di barriere razziali e di classe. David Hammons, per esempio, classe 1943, oggi molto riconosciuto e rappresentato da gallerie prestigiose come Hauser & Wirth e White Cube, ha più volte usato il canestro per esprimere la fascinazione di tutto il Paese per questo sport e le aspirazioni legate a esso dei giovani americani di afro-discendenza. Già nel 1986, la sua opera Higher Goals, installata nei parchi di Brooklyn e Harlem, consisteva in pali alti nove metri con in cima dei canestri inarrivabili. In un’opera successiva, Untitled (2000), ha realizzato un canestro di cristallo fatto con pezzi di un candelabro barocco. Il magnate del lusso François Pinault, che è un suo attento collezionista, ne possiede una versione, che ha esposto a Punta della Dogana a Venezia, mentre un’altra è stata venduta da Phillips nel 2013 a New York per 8 milioni di dollari, stabilendo il suo record. Nella serie di lavori intitolata Basketball Drawings, invece, l’artista ha palleggiato con la palla sporca sul foglio di carta, elevando il gesto sportivo a opera d’arte (da Christie’s nel 2017 una di queste opere ha realizzato 1,3 milioni di dollari, partendo da una base d’asta di 1-1,5 milioni. Più di recente, nel 2021, un’altra più piccola ha realizzato 750mila dollari a fronte di una stima di 500-700mila dollari).











