La fusione accelera: investimenti quasi triplicati in un anno, le prime centrali previste entro il 2035
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Il settore della fusione attira sempre più capitali: nei dodici mesi che hanno preceduto luglio 2025 sono stati registrati oltre 2,6 miliardi di dollari in investimenti, secondo il rapporto della Fusion Industry Association (Fia). Con un aumento del 178% rispetto all’anno precedente, si tratta del secondo risultato più alto mai registrato dopo il 2022.
L’aumento dei finanziamenti destinati alla fusione, segnale dell’evoluzione del settore, spicca ancora di più in un contesto globale poco favorevole agli investimenti tecnologici. Si amplia anche la platea degli investitori, che oggi comprende società di venture capital, grandi gruppi industriali e capitali statali o parastatali. In particolare, il sostegno dei governi è in forte crescita: nell’ultimo anno i contributi di questo tipo sono saliti dell’84% e oltre un’azienda su tre tra quelle intervistate ha dichiarato di essere coinvolta in una partnership col settore pubblico.
I progressi tecnologici aprono la strada alla produzione di energia su scala industriale
Sul fronte della commercializzazione, il 78% delle aziende prevede di realizzare un impianto pilota capace di generare energia tra il 2030 e il 2035; entro la stessa data, il 68% punta anche ad integrarlo con la rete di distribuzione e iniziare a vendere elettricità. La fusione offre numerosi vantaggi: è un processo sicuro, altamente efficiente — produce circa quattro milioni di volte più energia per chilogrammo rispetto al carbone — le reazioni coinvolte non emettono CO2 e fanno uso di combustibili abbondanti o potenzialmente producibili. Inoltre, a differenza di solare ed eolico, assicura una fornitura di energia costante, con grandi vantaggi anche sul piano logistico.
Dal punto di vista tecnologico, l’approccio più diffuso nell’ambito privato (49%) è quello delle macchine a confinamento magnetico. Come suggerisce il nome, questa tipologia di macchina utilizza potenti campi magnetici per confinare e controllare la reazione all’interno dell’impianto. I progressi tecnologici degli ultimi anni sono stati significativi. Nel 2021 Commonwealth Fusion Systems (CFS), la più grande azienda privata del settore, ha testato con successo il magnete superconduttore ad alta temperatura più potente al mondo, un passo decisivo verso la costruzione di impianti più compatti ed efficienti.[12] La società sta ora sviluppando SPARC , il primo reattore dimostrativo, che servirà come base per ARC , la prima centrale elettrica a fusione che opera su scala industriale. Nel dicembre 2024 è stato annunciato il sito in cui sorgerà l’impianto: la Contea di Chesterfield, in Virginia (Usa). L’obiettivo è renderlo operativo entro i primi anni del prossimo decennio.
Eni, accordo da un miliardo per l’acquisto di energia decarbonizzata
Un segnale della rapida evoluzione del settore non arriva solo dagli investimenti in crescita: negli ultimi anni sono state firmate le prime partnership commerciali per l’acquisto di energia dai futuri impianti a fusione. La più recente riguarda Eni, che a settembre ha annunciato un accordo con CFS, da oltre 1 miliardo di dollari, per la fornitura di elettricità decarbonizzata prodotta dalla centrale ARC. È il secondo contratto di questo tipo siglato in appena tre mesi, ma questa intesa ha un valore particolare: Eni è stata tra i primi investitori dell’azienda statunitense, quando nel 2018 si costituì come spin out del Massachusetts Institute of Technology (MIT), e da allora ne ha accompagnato la crescita partecipando ai successivi round di finanziamento. Eni inoltre ha una storica collaborazione scientifica proprio con il MIT, dedicata allo sviluppo di materiali avanzati, tecnologie superconduttive, gestione del combustibile e controllo del plasma.
Nel 2023 CFS e Eni hanno sottoscritto un accordo di cooperazione tecnologica finalizzato allo sviluppo dell’energia da fusione, che comprende supporto operativo, scambio di metodologie progettuali e know-how.
Il Power Purchase Agreement (PPA) appena sottoscritto testimonia l’interesse di Eni per le prospettive commerciali della fusione, e fa seguito all’ultimo round di finanziamento di CFS dello scorso agosto dal valore di 863 milioni di dollari, nel contesto del quale Eni ha partecipato consolidando il proprio investimento in CFS. Questi accordi confermano ulteriormente il percorso promettente della società verso la commercializzazione su scala industriale.
“Questa collaborazione strategica, con un impegno tangibile per l’acquisto di energia, segna un momento di svolta in cui la fusione diventa una prospettiva industriale effettiva”, ha commentato Claudio Descalzi, Amministratore Delegato di Eni, sottolineando come l’azienda sostenga questa tecnologia “come nuovo paradigma energetico in grado di produrre energia pulita, sicura e virtualmente inesauribile”.
Dalla ricerca al mercato, il sostegno di Eni alla filiera della fusione
L’impegno di Eni rientra in una strategia guidata dal principio di neutralità tecnologica, che considera tutte le opzioni disponibili per la transizione energetica in base a efficacia e contesto d’uso. Oltre alla partecipazione in Commonwealth Fusion Systems, l’azienda collabora con la United Kingdom Atomic Energy Authority (UKAEA) alla costruzione del più grande e avanzato impianto per la gestione del ciclo del trizio — combustibile chiave nel processo di fusione — che sarà completato nel 2028.
In Italia, Eni partecipa al progetto DTT (Divertor Tokamak Test facility) dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), in realizzazione presso il centro di ricerca di Frascati. L’obiettivo è costruire una macchina per testare i componenti che dovranno gestire le grandi quantità di calore generate all’interno delle camere di fusione. L’azienda collabora inoltre con un ampio network di università ed enti di ricerca italiani e, per supportare queste istituzioni, ha messo a disposizione la potenza di calcolo di HPC6, il supercomputer più avanzato al mondo per usi industriali. Questa potente macchina contribuirà alla risoluzione dei problemi complessi associati al tema della stabilità del plasma nell’ambito dell’ energia da fusione.
Sul fronte della formazione, Eni finanzia numerosi programmi di dottorato e recentemente ha istituito il Master “Next-gen Nuclear Power on Fusion and Advanced Reactors” presso il Politecnico di Torino dedicato alle tecnologie nucleari di nuova generazione. Giunto alla sua seconda edizione, il Master si configura come un percorso accademico di specializzazione che prevede, per tutta la durata del programma, l’assunzione degli studenti con contratto di Alta Formazione e Ricerca.


