L’intervento

Fuga dei cervelli italiani? Il 50% torna in patria

Welfare, previdenza, conservazione del posto, malattia, ferie e permessi: i costi nascosti dell’espatrio

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Per anni il dibattito sulla mobilità degli italiani è stato rinchiuso in una formula efficace quanto incompleta: «fuga dei cervelli». Fotografa un problema reale — la perdita di giovani formati e competenze — ma trasforma ogni partenza in un esilio definitivo e in una prova del fallimento italiano. I dati impongono una lettura meno emotiva.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Secondo l’Istat, nel 2025 gli espatri dei cittadini italiani sono stati 109mila, contro i 141mila dell’anno precedente: 32 mila partenze in meno, pari al 22,7 per cento. I rimpatri sono stati circa 56mila. Ma per ogni cento italiani partiti ne sono rientrati più di cinquanta. La mobilità non è più una linea a senso unico: si parte, si acquisiscono competenze e, sempre più spesso, si torna.

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La ragione è anche economica. Nel confronto internazionale si confondono stipendio mensile, retribuzione annua lorda e reddito disponibile. Una busta paga nominalmente più alta non garantisce maggiore capacità di spesa. Occorre sottrarre abitazione, trasporti, istruzione, sanità e servizi; poi valutare stabilità, previdenza e protezione nei periodi di non lavoro.

La peculiarità italiana

È qui che il sistema italiano mostra una ricchezza invisibile nelle classifiche fondate sul salario mensile. La retribuzione comprende minimo tabellare, tredicesima e, ove prevista, quattordicesima; Tfr; ferie e permessi retribuiti; maggiorazioni; welfare sanitario; previdenza complementare, bilateralità e formazione. A ciò si aggiungono le protezioni per maternità, paternità, malattia, disabilità, infortunio e disoccupazione involontaria.

Un valore decisivo è la stabilità giuridica del rapporto. In Italia un contratto di lavoro non può essere interrotto da un giorno all’altro per una decisione arbitraria: il licenziamento deve poggiare su una giusta causa o un giustificato motivo, rispettare forma, procedure e preavviso ed è sottoposto al controllo del giudice. In altri Paesi, soprattutto fuori dall’Unione europea e nei sistemi che ammettono il recesso at will, la continuità dipende molto più dalla volontà dell’impresa. Significa poter programmare casa, famiglia e futuro senza l’incertezza di perdere improvvisamente reddito e lavoro.

Anche il tempo ha valore economico. Il comporto, durante il quale il lavoratore malato conserva il posto entro i limiti fissati da legge e contratti collettivi, non compare nell’offerta di assunzione, ma diventa decisivo nella fragilità. Lo stesso vale per la tutela contro gli infortuni sul lavoro e in itinere, l’indennità di malattia, la pensione e l’accesso universalistico al Servizio sanitario nazionale. All’estero tali garanzie possono dipendere maggiormente dal contratto individuale, da polizze private o da elevati costi diretti.

Si può dunque guadagnare di più ogni mese e disporre di meno nell’arco dell’anno. Un affitto doppio, un’assicurazione sanitaria onerosa, l’assenza di mensilità aggiuntive o di Tfr e una minore copertura delle assenze possono assorbire il differenziale salariale. La Ral (retribuzione annua lorda) è soltanto il primo livello del confronto: la vera misura è il trattamento economico complessivo, rapportato al costo della vita e al valore delle tutele.

Circolarità dei talenti

Ciò non significa negare le criticità. Le retribuzioni devono crescere; le carriere devono premiare competenza e produttività; il Mezzogiorno continua a perdere giovani qualificati soprattutto verso il Centro-Nord; l’Italia deve attrarre più capitale umano. Ma ignorare i progressi sarebbe speculare alla retorica che descrive ogni partenza come irreversibile.

Serve una politica della circolarità dei talenti. L’esperienza internazionale va incoraggiata: chi trascorre alcuni anni fuori non è una risorsa perduta, ma può diventare un patrimonio accresciuto, se trova le condizioni per rientrare. Occupazione stabile, innovazione, ricerca, casa, servizi familiari e retribuzioni legate alla produttività possono trasformare la mobilità in investimento.

Citare le partenze produce titoli; molto meno raccontare i ritorni, perché incrinano la rappresentazione dominante. Eppure i rientri e il rallentamento degli espatri segnalano che lo scenario cambia.

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La fuga dei cervelli esiste, ma non esaurisce la realtà. Molti partono per formarsi e poi ritornano, scoprendo che il benessere non coincide con il netto in busta paga. È la somma di reddito, diritti, sicurezza e servizi. Su questa misura l’Italia deve valutare i propri limiti, ma anche riconoscere un ordinamento sociale e contrattuale più competitivo di quanto la narrazione dominante lasci intendere.

*Presidente Consiglio nazionale dell’ordine dei Consulenti del lavoro

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