La filiera corta dell’innovazione
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Con quasi 350 milioni di euro allocati da attori pubblici e privati, gli investimenti in ricerca e sviluppo rappresentano l’1,46% del Pil trentino (contro la media nazionale di circa l’1,4%). E, con centri di ricerca di rilievo europeo che danno lavoro a quasi 5mila addetti, un ateneo da oltre 16mila iscritti, e acceleratori pubblici e privati, il territorio alpino vanta uno degli ecosistemi dell’innovazione più vitali del Nordest e d’Italia. Lo prova anche la densità di startup: 9,4 ogni 1.000 società di capitale (dato regionale che include l’Alto Adige), più che in Friuli-Venezia Giulia (8,9) e Lombardia (9,1). Non a caso nel Regional Innovation Scoreboard 2023 della Commissione Europea il Trentino è classificato come uno Strong Innovator, al pari del Friuli-Venezia Giulia e meglio del Veneto, considerato Moderate Innovator+. La terra dove si tenne il celebre Concilio, insomma, è riuscita a emergere a livello europeo, anche grazie a una qualità internazionale della ricerca. In effetti i ricercatori e studenti che fanno aperitivo in piazza Duomo o via Belenzani, oltre all’italiano parlano inglese, spagnolo e francese. Lo conferma una coppia di studenti iscritti alla magistrale di informatica: «qui abbiamo colleghi dalla Cina, dall’America Latina, dall’Africa». Insomma, un’atmosfera ecumenica per una provincia ambiziosa.
Trasferimento tecnologico e innovazione
«Il Trentino è impegnato da tempo nella costruzione di un ecosistema dell’innovazione in grado di supportare lo sviluppo economico e sociale del territorio» dice Achille Spinelli, assessore allo sviluppo economico, lavoro, università e ricerca della Provincia autonoma di Trento. «Attraverso la collaborazione tra sistema della ricerca, sistema produttivo e istituzioni territoriali, il nostro ecosistema cerca di agevolare il trasferimento tecnologico e della conoscenza e di accelerare la trasformazione digitale dei processi produttivi in un’ottica di sostenibilità economica, sociale e ambientale». L’assessore menziona tra gli altri Fem ed Fbk. Due acronimi ormai familiari al pubblico trentino che indicano la Fondazione Edmund Mach, punto di riferimento europeo nelle scienze agrarie e agroalimentari, e la Fondazione Bruno Kessler, nota per la sua attività scientifica in ambiti come l’Ia e la microelettronica. Spinelli segnala anche «l’avvio di un polo per l’idrogeno, con spazi e tecnologie legate all’uso del combustibile pulito per la produzione di energia, e la realizzazione di un polo dedicato alle Scienze della vita e un altro alle tecnologie dell’informazione». L’obiettivo è «creare un contesto che generi e attragga progetti imprenditoriali in grado di crescere e creare occupazione».
Filiera corta
Ivonne Forno, presidente della Fondazione Hit, ente strumentale della provincia per il trasferimento tecnologico e della conoscenza, segnala l’importanza di quella che definisce filiera corta: «la prossimità tra centri di ricerca, università, imprese e istituzioni facilita il dialogo e la collaborazione, accelerando i processi di innovazione e rafforzando il legame tra formazione e mercato del lavoro». Di questo si vede un esempio a Povo, la collina dove in un’unica via sono concentrati Fbk e vari dipartimenti dell’Università, come quello di ingegneria e scienza dell’informazione e quello di biologia integrata; la stessa Hit si trova a Povo, in piazza Manci. Negli anni l’effervescenza scientifica della collina ha contribuito a generare startup di successo. Ad esempio Optoi, gruppo specializzato in microelettronica nato come spin-off di Fbk, o Sibylla Biotech, spin-off delle Università di Trento e Perugia, e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare. Un altro punto di forza lo indica Alfredo Maglione, ex ricercatore alla guida di Optoi e vicepresidente con delega all’innovazione di Confindustria Trento: «Il nostro è un territorio simile ai Länder della Germania, che hanno investito in innovazione e fatto nascere centri come i Fraunhofer. Inoltre c’è una predisposizione all’open innovation, a innovare insieme».
Un mercato piccolo
Le criticità comunque non mancano. Forno osserva ad esempio che «nonostante un ecosistema solido, la dimensione relativamente piccola del mercato locale può rappresentare una sfida per le startup e le imprese innovative che mirano a scalare. Il Trentino sta favorendo l’apertura con collaborazioni nazionali e internazionali, ma è essenziale potenziarle ulteriormente». La provincia alpina, così come il resto del paese, patisce anche un limitato accesso agli investimenti privati, «specie nei settori delle scienze della vita e delle biotecnologie, dove sono richiesti investimenti ingenti e tempi di sviluppo lunghi». Maglione nota inoltre che, in un quadro di declino nazionale degli investimenti in r&s, il Trentino purtroppo non è da meno. «Un decennio fa investivamo circa l’1,7% del Pil ma questo valore si è abbassato. Occorre invertire il trend».


