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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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La Difesa è un bene pubblico, essenziale e indivisibile. Da essa dipendono la nostra sicurezza e la capacità di tutelare interessi e benessere. Ma la guerra dei costi che si sta imponendo — dove un drone da poche migliaia di euro può obbligare l’avversario a rispondere con un intercettore da milioni — si vince nella capacità di mobilitare in fretta tecnologie e filiere, che vanno portate al centro del dibattito strategico. La logica dell’“arma più sofisticata per ogni minaccia” è insostenibile nel tempo: efficace scambio dopo scambio, ma dispendiosa sul piano industriale ed economico. La risposta più discussa è la difesa stratificata: sistemi complessi riservati alle minacce su larga scala, soluzioni più economiche per saturare le difese a basso costo, guerra elettronica, laser, intelligenza artificiale. Ma stratificare significa anche connettere gli attori: avere accesso anche a tecnologie differenti, spesso più agili, capaci di essere adattate rapidamente senza passare per i cicli di sviluppo lunghi e costosi tipici dei grandi programmi. È qui che entra in gioco il valore del tessuto industriale diffuso: piccole e medie imprese, spin-off universitari, aziende nate in settori adiacenti alla difesa che possiedono competenze trasferibili. Non sostituiscono i grandi gruppi, il cui ruolo è essenziale per competenze, scala e capacità di investimento, ma possono accelerarli, offrendo soluzioni puntuali che i grandi programmi non hanno il tempo o l’incentivo di sviluppare da soli.
L’Italia ne è ricca e sa già oggi esprimere una cifra competitiva importante. Si pensi al settore spaziale, che con la difesa condivide sempre più tecnologie e sfide. Se opportunamente integrate nella filiera più ampia — attraverso partnership con i grandi gruppi, programmi di finanziamento come l’EIC STEP Scale Up Defence o iniziative europee come SAFE — queste tecnologie possono fornire ai grandi player un accesso più rapido e meno oneroso a componenti critici, e alle istituzioni un ventaglio di opzioni difensive più ampio. Il punto non è stabilire se una piccola azienda possa competere da sola con i colossi della Difesa: non è questo il terreno di gioco. Il valore nasce dalla combinazione, dalla capacità di far dialogare le competenze di nicchia con l’integrazione di sistema che solo i grandi gruppi possono garantire. Leonardo su radar e comando e controllo, MBDA Italia sulla difesa missilistica, ELT Group sulla guerra elettronica, Avio per i lanciatori e i sistemi di propulsione, Fincantieri sull’integrazione navale sono autentici campioni a cui il mercato mondiale guarda con ammirazione e a cui i governi, non solo quello italiano, si affidano.
A questo elenco si possono affiancare, caso per caso, le tecnologie sviluppate da realtà più piccole, capaci di portare soluzioni innovative in tempi e a costi che i grandi programmi difficilmente riescono a replicare da soli. Tecnologie che si possono integrare nei grandi programmi dei campioni nazionali, possono intervenire su alcuni aspetti specifici della difesa integrata, oppure connettere elementi e versanti tecnologici del tutto nuovi. Ciò pone le basi di un’autentica politica industriale, in grado di sostenere e sviluppare un tessuto integrato di ricerca e alta tecnologia, presupposto di una necessaria, maggiore autonomia strategica. La chiave sta tutta nella regia, che solo il decisore pubblico può adeguatamente interpretare.
In un contesto in cui la deterrenza si misura non solo in capacità, ma in sostenibilità economica e velocità di adattamento, valorizzare questa filiera allargata — grandi player, PMI, centri di ricerca, spin-off industriali — non è un esercizio retorico di inclusione, ma una scelta strategica. È la somma di competenze diverse, più che l’eccellenza isolata di un singolo attore, a poter garantire all’Europa e all’Italia un vantaggio reale nella nuova economia della deterrenza.
Daniele Pavarin è co-founder e CEO di T4i