Tra emancipazione digitale e difesa dei diritti
di Paolo Benanti
di Chiara Bussi
4' di lettura
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«Condivisione». E’ il mantra ricorrente che risuona nell’Aula Magna dell’Università Bicocca a Milano al Forum nazionale sulla biodiversità. Protagonista indiscusso è il Nbfc, il Centro nazionale creato nel settembre 2022, promosso dal Cnr e finanziato con i fondi del Pnrr con una dote da 320 milioni, dedicato proprio alla protezione e al restauro della natura. «La biodiversità - dice il direttore scientifico Massimo Labra - rappresenta una delle risorse più preziose per il nostro Paese e in questo contesto la ricerca scientifica che il nostro Centro promuove è fondamentale: consente di monitorare lo stato di conservazione della biodiversità e della qualità degli habitat e si ispira alla natura per generare nuovi prodotti e processi. Ma per trasformare la biodiversità in innovazione concreta per le imprese e in valore duraturo per la società è essenziale una condivisione dei dati scientifici». Gli fa eco il direttore Innovazione Alberto Di Minin: «La biodiversità può essere una leva competitiva per le imprese trasformandole in vere fuoriclasse rispetto ai concorrenti: apre a nuovi mercati, risponde alle esigenze di consumatori più esigenti e anticipa lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi».
E se tre anni fa il rispetto dell’ambiente e della biodiversità sono stati inseriti nella Costituzione italiana (con la modifica dell’articolo 9), il regolamento Ue sul ripristino della natura impone una serie di obiettivi vincolanti che ciascun Paese dovrà rispettare. Due su tutti: attuare misure di ripristino efficaci per almeno il 20% degli ecosistemi terrestri (foreste, praterie, zone umide, laghi) e marini in cattivo stato entro il 2030 per arrivare al restauro totale entro il 2050.
In questi anni il Centro, oltre a produrre e condividere nuove conoscenze sta formando una nuova generazione di scienziate e scienziati. Sono quasi 800 i giovani reclutati, in maggioranza donne (57%) che lavorano insieme a oltre 1.500 docenti, ricercatori e imprese per monitorare e valorizzare la biodiversità, come mostra il secondo report annuale appena diffuso. Il Nbfc ha finora prodotto oltre 2mila pubblicazioni scientifiche congiunte, report e oltre cento prototipi di device, prodotti concreti per la tutela della biodiversità. Ha inoltre promosso la creazione del primo dottorato di interesse nazionale sulla biodiversità che ha coinvolto 25 tra istituzioni e aziende e erogato 56 borse di studio nell’anno accademico 2024/2025.
Nel raggio di azione del Nbfc c’è il restauro marino. Oggi le aree protette in Italia sono appena il 14,5% e occorre accelerare il passo per centrare gli obiettivi del regolamento Ue. Del resto, preservare la biodiversità dei mari si rivela uno sforzo ripagato, come mostra uno studio internazionale guidato da ricercatori del Centro: hanno analizzato i risultati di 764 interventi di restauro di ecosistemi marini in tutto il mondo concludendo che queste azioni hanno un elevato successo in oltre 64% dei casi. Le attività di restauro sono realizzate attraverso il progetto Mares (Marine ecosystem restoration) di Nbfc con analisi di idoneità per individuare i siti adatti, test di efficacia di soluzioni innovative e monitoraggio della performance. Ad oggi sono stati oggetto di intervento circa 20 specie in 12 differenti siti e in sette habitat.
Un’altra sfida è il rispristino della biodiversità terrestre. Attualmente – si legge nel report – l’Italia protegge il 21,4% del proprio territorio, un valore inferiore alla media del 26,4% della Ue. La rete di aree protette (oltre 4mila) è inoltre altamente frammentata: il 24% di esse è inferiore a un chilometro quadrato e solo il 2% supera i mille chilometri quadrati. Secondo il Nbfc non è dunque ancora sufficiente per promuovere una conservazione efficace degli habitat. Proprio per questo una delle azioni del Centro è quella di analizzare la dimensione e il tipo di protezione, che si rivelano fondamentali per poi intervenire.