La crisi di identità dei musei americani: sono spazi politici o spazi neutrali?
Lo scontro sociale tra gruppi portatori di valori, religioni e pratiche differenti, sfociato in ordini esecutivi che hanno preso di mira musei finanziati con risorse federali
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Negli Stati Uniti è in corso una vera e propria guerra culturale di cui, forse, in Europa stiamo parlando troppo poco. Si tratta di un conflitto sociale tra gruppi portatori di valori, religioni e pratiche differenti, sfociato in una serie di ordini esecutivi e altri atti che hanno preso di mira musei finanziati con risorse federali, primo fra tutti lo Smithsonian Institution di Washington D.C.
È una strategia di ritorsione. Ma perché? In sostanza, i musei sono stati messi alla sbarra e condannati senza neppure potersi difendere per aver utilizzato — o anche solo avallato — un linguaggio considerato «woke», o ritenuto tale dalla Casa Bianca.
L’ordine esecutivo
Per contrastare questa ideologia, ritenuta progressista da Washington, il 27 marzo 2025, il presidente degli Usa ha emanato un Ordine esecutivo, intitolato Restoring Truth and Sanity to American History, nel quale si legge: «Nell’ultimo decennio gli americani hanno assistito a un tentativo concertato e diffuso di riscrivere la storia della nostra Nazione, sostituendo fatti oggettivi con una narrazione distorta, guidata dall’ideologia anziché dalla verità. In base a questa revisione storica, l’eredità senza pari della nostra Nazione nel promuovere la libertà, i diritti individuali e il benessere umano viene ricostruita come intrinsecamente razzista, sessista, oppressiva o comunque irrimediabilmente viziata». Trump ha dedicato un’intera sezione dell’ordine alla necessità di «salvare» queste istituzioni da una «ideologia divisiva e incentrata sulla razza».
Tra i musei, quello più colpito è certamente il complesso dello Smithsonian Institute di Washington, si tratta del complesso museale più antico degli Stati Uniti, stabilito nel 1846, come trust pubblico da un atto del Congresso, che ha anche creato l’organo di governance: il Board of Regents. Di questo complesso fanno parte una serie di istituzioni note (come, ad esempio, il National Museum of American History al National Museum of Natural History, il National Museum of African American History and Culture, il National Museum of the American Indian, il National Air and Space Museum, lo Smithsonian American Art Museum, la National Portrait Gallery e lo Hirshhorn Museum and Sculpture Garden). Secondo la Casa Bianca, i musei del complesso dello Smithsonian avrebbero tenuto atteggiamenti troppo progressisti, espressi tramite il linguaggio del sito e la programmazione espositiva, che sono finanziate, per la maggior parte (62% del budget annuale), dal governo, attualmente, di maggioranza conservatrice. Lo Smithsonian è stato quindi accusato di non essere uno spazio «inclusivo» per i alcuni cittadini, come i repubblicani, che non si sentono rappresentati dai suoi contenuti e politiche.
Accuse pesanti, lanciate proprio mentre l’istituzione si appresta a celebrare (nel 2026) i suoi 250 anni. Dopo l’ordine esecutivo, una “Lettera allo Smithsonian” ha aperto le danze degli audit e revisioni interne del complesso museale. I musei dovranno fornire una vasta serie di materiali e documenti per avviare una revisione interna delle loro esposizioni e dei loro processi curatoriali. Tra questi rientrano: piani e materiali relativi alla programmazione per il 250° anniversario, cataloghi e contenuti delle esposizioni attuali, file digitali di pannelli e didascalie, proposte e budget per future esposizioni, linee guida interne, documentazione sulla governance, inventari delle collezioni permanenti, materiali educativi, informazioni sulla presenza digitale, partnership esterne e documentazione sui finanziamenti. Dovranno inoltre designare un referente principale e garantire pieno accesso ai materiali richiesti, compresi contenuti online, comunicazioni interne e valutazioni dell’esperienza dei visitatori.









