Industria sotto pressione: shock temporaneo o cambiamento profondo?
Con il caos geopolitico attuale, di quanto aumentano i costi energetici per le imprese? A fare i conti è ancora il Centro Studi Confindustria. Secondo le stime, se la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un prezzo del petrolio a 140 dollari in media annua, le imprese pagherebbero 21 miliardi in più rispetto al 2025 per l’energia e l’incidenza dei costi energetici su quelli totali passerebbe dal 4,9% al 7,6%, con un aumento di 2,7 punti percentuali. In questo caso, si tornerebbe vicino ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le imprese italiane. Queste, infatti, vedrebbero erosa la loro competitività in Europa e sui mercati internazionali, tanto più che i prezzi di petrolio e gas restano più bassi per le aziende in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano.
In uno scenario meno avverso, se la guerra finisse a giugno (ipotesi che al momento non appare a portata di mano, visto lo stallo delle trattative), con un petrolio a 110 dollari in media annua e nell’ipotesi che riprendano i flussi commerciali pre-conflitto e la capacità dei paesi del Golfo resti adeguata a sostenere l’offerta mondiale, le imprese italiane si troverebbero a pagare di più in bolletta 7 miliardi di euro all’anno e l’incidenza dei costi energetici sarebbe più alta di un punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9 nel 2026.
Settori energivori più esposti, che impatto sulle Life Science?
Le industrie a più alta intensità energetica sono quelle che subiscono le conseguenze più pesanti di questa crisi e potrebbero subire dei “lockdown energetici”. Oltre a soffrire per l’instabilità dell’approvvigionamento della principale risorsa fossile, il gas naturale, a causa della guerra russo-ucraina, devono anche sopportare il peso della bolletta elettrica in continuo aumento e rispettare i permessi Ue sulle emissioni di CO2 per una produzione sostenibile. Inoltre, la crisi energetica che ha investito la Cina negli ultimi mesi dello scorso anno ha avuto un effetto domino su scala planetaria, con gravi ripercussioni sull’economia di molti Paesi.
Sebbene l’industria farmaceutica e delle scienze della vita (Life Science) non sia tra le più esposte alla crisi energetica – lo sono molto di più, per esempio, i comparti alimentare, tessile, automotive, del vetro e della siderurgia – subisce comunque un impatto significativo, soprattutto sul fronte dei costi. L’alluminio utilizzato per il packaging dei farmaci, per esempio, è aumentato fino al 25%, mentre salgono anche i prezzi di vetro, carta e ingredienti attivi. Costi che, tra l’altro, la farmaceutica non può trasferire sui consumatori, perché opera in larga parte con prezzi amministrati. C’è poi il tema della vulnerabilità della supply chain: le crisi rendono più fragili le catene di approvvigionamento di materie prime e componenti intermedi. A questo si aggiungono i rischi legati alla logistica: materiali, prodotti sanitari e farmaci devono essere trasportati e, quindi, l’aumento del prezzo del carburante rappresenta una voce di costo significativa.
Che risposta stanno dando le imprese?
Nell’immediato, le aziende di tutti i settori, Life Science in testa, stanno implementando piani di backup, adattando le catene di approvvigionamento e cercando fornitori alternativi. Soluzioni che, però, nel lungo termine si scontrano con vincoli regolatori, elevati standard di qualità e lunghi tempi di validazione. Secondo gli esperti, dunque, servono misure a sostegno dell’industria in generale e del comparto delle Life Science in particolare, considerato strategico per l’economia europea, la tutela della salute pubblica e la politica industriale del futuro. Tanto più che non si tratta soltanto di un settore all’avanguardia, ma di una vera e propria infrastruttura sociale, nella quale convergono ricerca scientifica, sviluppo tecnologico, governance pubblica e diritti fondamentali.