Il caso

La Corte dei Conti boccia Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025

Fa riflettere sulle modalità di aggiudicazione e sui criteri di valutazione delle città vincitrici: a due mesi dalla fine del programma, solo 4 progetti su 44 risultano conclusi

di Roberta Capozucca

4' di lettura

English Version

4' di lettura

English Version

Un anno che avrebbe dovuto segnare il rilancio di Agrigento, soprattutto sul piano culturale, rischia di trasformarsi nel simbolo delle occasioni perdute. Con l’approvazione del referto sulla gestione dell’indagine “Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025”, la Corte dei Conti ha infatti acceso un faro sulla macchina organizzativa del progetto siciliano, confermando i molteplici profili di criticità già evidenziati nel rapporto di settembre. Ritardi e incertezze contabili che, secondo i magistrati, rischiano di compromettere la piena realizzazione di un programma sostenuto da circa 6 milioni di fondi pubblici, ormai prossimo alla conclusione.

Il dossier della Corte dei Conti

Nella lunga relazione depositata a settembre 2025, i magistrati contabili della Sezione di controllo della Corte dei Conti per la Regione siciliana hanno individuato 11 criticità rilevanti: dalla mancata corrispondenza tra i progetti effettivamente realizzati e quelli indicati nel dossier di candidatura, alla carenza di controlli sui costi, fino alla dubbiosa commistione tra azioni e risorse provenienti dai fondi statali e da bilancio regionale.

Loading...

Tra gli aspetti più problematici emerge il ritardo nell’attuazione dei progetti. Il giudizio della Corte è severo: dei 44 interventi previsti nel dossier di candidatura, solo 4 sono stati effettivamente conclusi, mentre diversi cantieri risultano ancora in fase di affidamento o allestimento. Critico è anche l’avanzamento di spesa per i 18 progetti avviati: a luglio 2025, le spese rendicontate dal Comune di Agrigento ammontavano a 610.521,57 euro, inferiori all’80% dei 984.000 euro erogati dal Ministero della Cultura, soglia che aveva determinato il blocco dell’erogazione della successiva tranche di finanziamento da 246.000 euro. Per quanto riguarda gli altri attori coinvolti nella programmazione, il Parco Archeologico della Valle dei Templi, nel rendiconto trasmesso il 5 agosto 2025, ha riportato spese liquidate ai fornitori pari a 2.020.918,78 euro, a fronte di un totale rendicontato di 2.420.918,78 euro. La Corte ha inoltre rilevato che il Comune di Agrigento ha trasferito un acconto di 422.665,42 euro alla Fondazione Agrigento 2025 per l’attivazione di un evento, sospendendo però ulteriori 77.902,98 euro in attesa di chiarimenti.

Tempio della Concordia, Valle dei Templi, Agrigento, UNESCO, Sicilia, Italia

La delibera

Nonostante alcune criticità, la nuova delibera della Corte dei Conti evidenzia segnali positivi sul fronte dell’efficienza amministrativa e della trasparenza contabile, miglioramenti attribuiti anche all’ingresso di nuove figure di alto profilo provenienti dalla dirigenza statale. Almeno per ora la Fondazione Agrigento 2025 può tirare un sospiro di sollievo: i controlli dei magistrati non hanno rilevato irregolarità contabili.

Tuttavia la delibera affonda il colpo sull’assenza di elementi utili a dimostrare il conseguimento degli obiettivi indicati nel dossier di candidatura, tra cui coesione sociale, sviluppo economico, benessere individuale e collettivo, e maggiore attrattività del territorio. In sintesi, secondo i magistrati, il titolo di Capitale Italiana della Cultura sarebbe passato su Agrigento senza produrre effetti tangibili, lasciando sul campo più promesse che risultati. L’appuntamento ora è fissato al 31 dicembre 2025, quando Agrigento chiuderà ufficialmente l’anno da Capitale della Cultura e la Corte potrà trarre le conclusioni definitive.

Scala dei Turchi, Agrigento, Sicilia, Italia

Un programma per trasformare

Al di là delle difficoltà amministrative e gestionali della Fondazione, il caso Agrigento 2025 invita a riflettere sui limiti strutturali di uno dei programmi di finanziamento più consolidati del Ministero della Cultura, quello delle Capitali Italiane della Cultura, troppo spesso percepito ancora come la semplice organizzazione di un grande evento annuale. Al contrario, il programma, che trae le sue radici dall’omonimo modello europeo, nasce con l’obiettivo di trasformare le iniziative culturali in leve di sviluppo territoriale, capaci di generare benefici duraturi per l’intero territorio e ce lo dimostra l’esperienza europea, dove le Capitali della Cultura hanno saputo generare impatto sociale, economico e culturale a lungo termine, costruendo una vera legacy che va ben oltre la singola annualità dell’evento.

Ma cosa manca, allora, all’esperienza italiana per fare davvero la differenza? L’abbiamo chiesto alla professoressa Isabella Mozzoni, Docente di economia e organizzazione delle aziende culturali all’Università degli Studi di Parma: ”L’esperienza della Capitale Italiana della Cultura è, fin qui, un laboratorio promettente: in dieci anni ha aiutato molte amministrazioni a comprendere come il titolo possa essere una leva di pianificazione, non solo vetrina annuale. Ora serve un salto di qualità. Il Ministero della Cultura dovrebbe varare un quadro nazionale di programmazione, monitoraggio e valutazione pluriennale, con scadenze e indicatori condivisi che coprano prima, durante e dopo l’anno di titolo. Finora, complice l’impostazione “attrattiva”, l’attenzione si è concentrata su flussi turistici, visibilità e stime economiche senza consolidare strumenti che garantiscano continuità e comparabilità oltre i 12 mesi. Occorre spostare il focus sugli effetti strutturali: imprese culturali attivate e ancora operative a 3–5 anni, progetti infrastrutturali completati con analisi costi–benefici, crescita dell’imprenditorialità creativa, qualità dei servizi culturali e livelli di partecipazione delle comunità. Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante e si affianca alla necessità di iniziare un percorso di valutazione dell’impatto sociale, consapevoli che in questi contesti è difficile fissare KPI standard validi ovunque. La soluzione potrebbe essere un impianto a due livelli: uno zoccolo nazionale di indicatori minimi (accesso e partecipazione culturale, inclusione, occupazione e competenze nel settore, coesione sociale, percezione del benessere, attivazione civica) e un modulo locale adattato agli obiettivi della città. La misurazione potrebbe combinare quantitativo e qualitativo prevedendo serie storiche e un “data dictionary” comune per garantire replicabilità e confrontabilità. A questo andrebbe affiancato un modello di vera governance collaborativa: una cabina di regia pubblico-privata, comitati tematici e tavoli operativi formalizzati, con ruoli chiari, decisioni per consenso e meccanismi permanenti di partecipazione e non meri momenti consultivi, in linea con la dimensione “Inclusione e Partecipazione” dell’impianto Unesco. I risultati di tale approccio sono già evidenti: le città che hanno adottato organi misti e tavoli interistituzionali hanno mostrato maggiore capacità di co-progettazione e coordinamento, specie quando il comitato di scopo ha funzionato da ponte stabile tra amministrazione, imprese culturali, terzo settore e cittadini. Ne sono esempi Parma 2020+21, Bergamo e Brescia 2023, Procida 2022 accomunate da cabine di regia pubblico-private e tavoli interistituzionali stabili. Solo con standard nazionali flessibili per il monitoraggio, una governance partecipata con valutazione indipendente e un confronto sistematico con le migliori esperienze internazionali la Capitale della Cultura può diventare politica pubblica, non un semplice appuntamento in calendario.”

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti