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La corsa all’energia nucleare guidata dalle start up

Puntano all’energia da fusione 53 aziende private che hanno raccolto finora quasi 9 miliardi di dollari da privati

di Elena Comelli

Monaco. Interno dello stellarator Wendelstein 7-X del Max Planck Institute for Plasma, partner sia di Gauss sia di Proxima

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La corsa all’energia da fusione nucleare si fa sempre più affollata, anche se il settore nascente resta lontano molti anni, se non decenni, dalla fase commerciale. La novità è che la ricerca sulla fusione, storicamente guidata da scienziati del settore pubblico, ora è popolata prevalentemente da operatori privati, che stanno facendo i progressi più rapidi.

Chi è più avanti?

In pole position c’è l’americana Commonwealth Fusion Systems, che sta costruendo l’impianto dimostrativo Sparc in Massachusetts, destinato ad essere avviato nel 2027. L’azienda, di cui Eni è fra i maggiori investitori insieme a Google e Bill Gates, sostiene che riuscirà a fornire elettricità alla rete già all’inizio degli anni ’30. Altre start up con progetti in fase avanzata sono Helion, sostenuta da Sam Altman, la britannica Tokamak Energy, la canadese General Fusion, finanziata da Jeff Bezos, la tedesca Proxima Fusion e l’alleanza europea Gauss Fusion.

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Gauss, fondata nel 2022 da un gruppo di soci industriali tedeschi, francesi, italiani e spagnoli (per l’Italia Asg Superconductors della famiglia Malacalza), ha appena superato la revisione del proprio design concettuale, che prevede una prima centrale operativa entro la metà degli anni ’40, con un investimento tra i 15 e i 18 miliardi di euro. Il suo programma si colloca nel quadro della collaborazione industriale italo-tedesca, riaffermata nel recente incontro tra la premier Giorgia Meloni e il cancelliere Friedrich Merz. Proxima, da parte sua, ha ottenuto proprio in questi giorni 400 milioni di euro dalla Baviera, per costruire il suo primo laboratorio. Le due start up - che sono basate entrambe vicino a Monaco, non lontano dalla sede del Max Planck Institute for Plasma Physics, di cui utilizzano la tecnologia - cavalcano il “Fusion Action Plan” lanciato nel 2025 dal governo federale, con l’impegno di oltre due miliardi di euro di investimenti entro il 2029 per sostenere la costruzione del primo impianto pilota europeo.

In gioco 53 aziende

In complesso, secondo la Fusion Industry Association, almeno 53 aziende private puntano all’energia da fusione in tutto il mondo, di cui 29 negli Usa, quattro nel Regno Unito, otto nell’Ue, tre in Cina e tre in Giappone. Queste aziende hanno raccolto finora quasi 9 miliardi di dollari privati e altri 795 milioni di finanziamenti pubblici. Gli investimenti iniziali sono arrivati in gran parte dai signori della Net Economy come Altman e Bezos, da gruppi di venture capital specializzati nell’energia o da compagnie petrolifere come Eni e Chevron. In anni recenti anche investitori generalisti hanno mostrato interesse, ma non ci sono ancora aziende di fusione quotate in borsa e gli esperti sostengono che saranno necessari miliardi di investimenti per rendere l’energia da fusione una realtà.

I primi progetti negli anni 30

Considerata il “Sacro Graal” dell’energia pulita, perché potrebbe teoricamente fornire energia pressoché illimitata a zero emissioni di carbonio, la fusione nucleare è la reazione che alimenta il sole e consiste nel riscaldare due isotopi dell’idrogeno – tipicamente deuterio e trizio – a temperature così estreme che i nuclei atomici si fondono, rilasciando elio e grandi quantità di energia sotto forma di neutroni. In origine, fu un team di scienziati britannici dell’università di Cambridge a fondere per la prima volta deuterio e trizio in un acceleratore di particelle nel 1934. Poi, negli anni ’50, i fisici sovietici svilupparono la prima macchina a fusione, chiamata tokamak, che utilizzava potenti magneti per mantenere fermi gli isotopi mentre li riscaldavano a temperature superiori a quelle del sole.

Noto come fusione a confinamento magnetico, questo approccio rimane il più comune, ma i tokamak di oggi usano superconduttori ad alta temperatura per aumentare la potenza dei magneti. Un orientamento un po’ diverso, applicato dal Max Planck di Garching - e quindi anche dalle due aziende collegate, Gauss e Proxima - è di costruire un tipo di tokamak chiamato stellarator, con una struttura a spirale che dovrebbe produrre una reazione più stabile. Un altro approccio noto come confinamento inerziale - utilizzato dal Lawrence Livermore National Laboratory in California e relativi spinoff - prevede invece il lancio di un raggio laser contro una minuscola capsula di combustibile deuterio-trizio, per innescare un’implosione che riscalda gli isotopi fino alla fusione degli atomi di idrogeno. In quasi un secolo di esperimenti, però, nessuna di queste macchine è arrivata a produrre più energia di quella consumata per arrivare alla fusione. Nel 2022, gli scienziati federali dei Livermore Labs hanno annunciato una svolta epocale, producendo più energia di quanta ne sia stata consumata dalla reazione stessa: un traguardo chiamato “net energy gain”. I laser utilizzati nell’esperimento, però, hanno comunque prelevato dalla rete molta più energia di quanta ne sia stata prodotta.

Quali sono i tempi di realizzazione?

Anche se i piani più ambiziosi del settore privato venissero realizzati, dunque, le centrali a fusione non diventerebbero una realtà diffusa almeno fino al 2040 ed è improbabile che l’energia da fusione contribuisca a ridurre significativamente le emissioni di carbonio del settore energetico prima del 2050, quando la crisi del clima sarà già in una fase troppo avanzata. A quel punto, però, la fusione potrebbe essere utilizzata per soddisfare gli enormi aumenti della domanda dovuti all’elettrificazione del sistema energetico globale e al fabbisogno crescente dei Paesi in via di sviluppo. E potrebbe persino alimentare sistemi di cattura del carbonio ad alta intensità energetica, iniziando a invertire alcuni degli effetti dell’emergenza climatica.

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