Europa

La Cop di Dubai parte con l’intesa sul fondo per i danni climatici

Operativo lo strumento istituito lo scorso anno nella Conferenza in Egitto. Raccoglierà gli aiuti da destinare ai Paesi più vulnerabili

di Gianluca Di Donfrancesco

Cop28 al via con l'allarme Onu: 2023 l'anno più caldo mai registrato

3' di lettura

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La Cop28 di Dubai prova a scrollarsi di dosso un po’ del pessimismo e delle polemiche che l’accompagnano: preparato per tempo, l’accordo che dovrebbe rendere operativo il fondo loss&damage è stato annunciato ieri, nel giorno di apertura della Conferenza mondiale sul clima. È lo strumento pensato per ripagare i disastri causati dal riscaldamento globale nei Paesi più vulnerabili ed è stato istituito durante la Cop27, in Egitto: uno dei pochi risultati concreti del vertice del 2022. Mancava l’ultimo tassello, c’è voluto un anno per cesellarlo.

Il presidente della Cop28, Sultan al-Jaber, ieri ha dichiarato che la decisione invia un «segnale positivo». Tocca ora ai Governi annunciare i contributi con i quali sarà finanziato il fondo. Alcuni lo hanno già fatto: 100 milioni di dollari arrivano dagli Emirati Arabi Uniti, che ospitano la Cop (e si devono difendere dall’accusa di sfruttare il vertice per promuovere contratti sul petrolio), altri 245 milioni sono promessi dall’Unione Europea (la Germania da sola ce ne mette cento), 51 milioni dalla Gran Bretagna, 17,5 milioni dagli Stati Uniti e 10 milioni dal Giappone. Si sarebbe già superata quota 500 milioni: una goccia rispetto alle centinaia di miliardi che il climate change costa ai Paesi in via di sviluppo.

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«La responsabilità cade ora sulle nazioni ricche, che devono far fronte ai loro obblighi finanziari in modo proporzionato al loro ruolo nella crisi climatica», ha affermato Harjeet Singh, di Climate Action Network. Singh ha sottolineato però che «l’assenza di meccanismi di rifinanziamento definiti, solleva seri interrogativi sulla tenuta del fondo a lungo termine». Per Fatima Denton, del Climate crisis advisory group, «anche se molti nel Sud globale lo accoglieranno con favore, l’annuncio di oggi non è sufficiente a fornire il sostegno di cui i Paesi vulnerabili hanno urgentemente bisogno». Simon Stiell, a capo della Convenzione Onu sul climate change, ha comunque parlato di «decisione storica».

Il fondo sarà ospitato dalla Banca Mondiale per i primi quattro anni e sarà lanciato nel 2024. Un rappresentante dei Paesi in via di sviluppo avrà un posto nel consiglio di amministrazione. Stati Uniti ed Europa hanno insistito sul fatto che tutti i Paesi in grado di farlo dovrebbero contribuire, quindi anche Cina, India, i petro-Stati del Golfo e le altre grandi economie emergenti. La precedenza nell’erogazione degli aiuti andrà agli Stati più vulnerabili.

I Paesi a basso reddito chiedevano da quasi trenta anni un fondo loss&damage, che non va confuso con gli aiuti per l’adattamento, cioè per gli investimenti necessari a prevenire e limitare i danni causati da alluvioni, uragani, siccità. Esigenze finanziarie enormi, che si sommano agli investimenti per la transizione energetica, cioè per tagliare le emissioni di gas serra.

Se l’accordo sul fondo loss&damage davvero faciliterà altre intese, come tutti si augurano, lo si vedrà presto. Di sicuro, toglie dal tavolo un dossier che rischiava di finire ostaggio di richieste incrociate, in una Cop che vede in gioco la tenuta stessa dell’Accordo di Parigi. «Ora possiamo concentrarci sul Global stocktake e sull’abbandono graduale dei combustibili fossili a vantaggio delle rinnovabili», ha affermato Jennifer Morgan, inviata speciale della Germania per il clima.

Il Global stocktake è il primo bilancio dei progressi complessivi finora fatti verso il traguardo di limitare il riscaldamento globale ben sotto i 2 gradi e il più vicino possibile a 1,5 gradi, rispetto ai livelli preindustriali. Un obiettivo considerato da molti fuori portata, come indicherebbe anche il rapporto pubblicato ieri dall’Organizzazione meteorologica mondiale, secondo il quale il 2023 è l’anno più caldo della storia. Sulla base del Global stocktake, gli Stati dovranno ridefinire le proprie politiche di taglio dei gas serra.

La Conferenza si è aperta, ieri, con un minuto di silenzio per «tutti i civili morti nel conflitto a Gaza». Il presidente iraniano Ibrahim Raisi ha deciso di non partecipare, per la presenza del capo di Stato israeliano, Isaac Herzog. Le crisi internazionali si sono già affacciate sul vertice: la guerra in Ucraina già complicava i negoziati con la Russia e ora si è aggiunto il conflitto in Medio Oriente.

Da ieri, a Dubai hanno cominciato ad arrivare i quasi 170 leader istituzionali, che, tra oggi e domani, si alterneranno sul palco della Conferenza, compresa la premier Giorgia Meloni. Non ci saranno Joe Biden e Xi Jinping. Previsto un videomessaggio di Papa Francesco, trattenuto nella Santa sede da ragioni di salute.

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