La biblioteca, forse ancor più del Palazzo Ducale in cui era conservata, celebrando il suo possessore ed esaltandone le qualità di mecenate, adeguate alla persona di un principe raffinato, colto, amante delle arti, contribuì effettivamente alla costruzione dell’immagine pubblica di Federico, come viene testimoniato non solo nelle Vite da Vespasiano da Bisticci, che certamente era testimone di parte, ma anche da altri contemporanei che quando scrivono di Federico non omettono di ricordare la sua libraria.
Uno dei capolavori della raccolta è il Dante Urbinate, oggi Urb. lat. 365, unanimemente considerato il più bel manoscritto della Divina Commedia, un codice dalla storia molto intrigante, a partire dalla decisione di realizzarlo. Due copie dell’opera erano infatti già presenti nella biblioteca, in codici trecenteschi, l’Urb. lat. 366, che oggi sappiamo essere fra i migliori esemplari del testo, ai primi posti dello stemma codicum su cui si costruisce l’edizione critica dell’opera, e l’Urb. lat. 378. Entrambi molto simili fra loro, di origine probabilmente fiorentina, erano molto ben realizzati secondo i tradizionali criteri dei libri gotici, ma non rispondevano al gusto per il libro di lusso che Federico perseguiva tenacemente e che gli aveva anche fatto decidere di non occuparsi di libri a stampa, che considerava dozzinali.
Matteo de’ Contugi, Guglielmo Giraldi
«Degna» della sua biblioteca, espressione appropriata della sua magnificenza, doveva essere invece la nuova Commedia che volle far realizzare. La stesura fu affidata a Matteo de’ Contugi, copista volterrano fra i più apprezzati e famosi, che scriveva nell’elegantissima grafia umanistica allora detta littera antiqua, e aveva a lungo lavorato, tra l’altro, per i Gonzaga a Mantova e per gli Este a Ferrara. La scrittura del volume, che conta quasi 300 fogli, fu compiuta a Urbino ed era terminata alla fine dell’estate del 1478, quando il copista portò tutto il materiale, ancora in fogli sciolti, proprio a Ferrara, per farne realizzare l’illustrazione a un artista librario con cui aveva già collaborato in passato, Guglielmo Giraldi. Fu nella bottega di questi che venne data l’impostazione generale delle illustrazioni che si sarebbero dovute inserire negli spazi bianchi lasciati nelle pagine e fu lì che si iniziò a miniare l’Inferno. Poco più tardi il gruppo di artisti ferraresi, guidato dal principale aiutante di Giraldi, Franco dei Russi, si trasferì a Urbino, probabilmente per assicurare una più rapida conclusione del lavoro, che però si arrestò in modo imprevisto e improvviso nel 1482, al momento della morte di Federico. Si era arrivati quasi alla fine del Purgatorio, ma l’opera non era terminata. Un tentativo di continuarla fu fatto qualche anno più tardi, ma si ridusse a una sola miniatura e a poco altro.
Dovette trascorrere oltre un secolo, durante il quale i fascicoli rimasero non rilegati, prima che Francesco Maria II della Rovere, ultimo Duca di Urbino, tentasse di recuperare lo splendore della corte dando avvio a un nuovo periodo di attività artistiche. Fra le iniziative promosse, la conclusione delle miniature del Dante Urbinate, per le quali vennero eseguiti anche disegni preparatori. Il completamento del Purgatorio e il Paradiso furono affidati a Valerio Mariani, di Pesaro, che vi lavorò con vari aiuti tra il 1603 e il 1616. In quell’anno il codice risulta finalmente legato, con una coperta di broccato giallo, e trova posto per la prima volta nell’inventario della biblioteca.
Quasi un secolo e mezzo era trascorso fra l’inizio e la conclusione del lavoro per realizzare il codice, che ovviamente rispecchia i due diversi stili decorativi, quattrocentesco e seicentesco. Ma le traversie del bellissimo libro non erano ancora terminate. Nel 1631 si giunse all’annessione del Ducato allo Stato della Chiesa, alla morte senza eredi di Francesco Maria II della Rovere, e i manoscritti della biblioteca, destinati per sua disposizione testamentaria alla comunità di Urbino, non presero la strada di Roma come invece fecero altri documenti della città. Nei decenni successivi, diversi furono i tentativi di trasferire la biblioteca, ma solo nel giugno 1657, dopo estenuanti trattative, la comunità di Urbino deliberò di cedere i manoscritti a papa Alessandro VII al prezzo, molto inferiore al valore effettivo, di 10.000 scudi, cui il pontefice aggiunse altri benefici per consentire alla città di ripianare i debiti da cui era oppressa.