La coltivazione delle ostriche nuova rotta per la blue economy
Secondo due studiosi dell’Università Pegaso la filiera di questo mollusco contribuisce a migliorare la qualità delle acque e deve essere sostenuta anche con incentivi economici
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I punti chiave
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Per anni la sostenibilità marina è stata raccontata soprattutto come una battaglia “contro”: la plastica, gli scarichi industriali, l’inquinamento visibile. Una visione che oggi non basta più. Il mare e le acque costiere affrontano pressioni endemiche e sistemiche: eutrofizzazione (nutrienti in eccesso), riscaldamento, perdita di biodiversità, specie invasive, fragilità di lagune e sistemi semi-chiusi. Fenomeni che non si risolvono solo togliendo rifiuti: richiedono gestione degli ecosistemi e soluzioni che nascono all’interno dell’habitat stesso. È qui che la blue economy può cambiare prospettiva: non limitarsi a ridurre l’impatto delle attività economiche, ma generare valore lavorando con l’ecosistema. In questo contesto, l’acquacoltura può entrare di diritto nella “ricetta” di salvaguardia delle acque.
Lo studio
Si tratta di un settore dal duplice vantaggio: produce cibo e valore e, in certe condizioni, può contribuire alla qualità dell’acqua. Lo confermano gli esperti Benedetta Coluccia e Pasquale Sasso, ricercatrice e docente dell’Università Pegaso che hanno da poco pubblicato uno studio su competitività, sviluppo territoriale, resilienza produttiva e coerenza con le traiettorie europee della filiera ostricola italiana all’interno dell’Osservatorio Agrifood Tech & Innovation dell’ateneo: «Si tratta di sostenibilità attiva: l’ostricoltura, infatti, non si limita a contenere il proprio impatto ambientale, ma può contribuire attivamente al miglioramento della qualità delle acque attraverso processi naturali di filtrazione e rimozione di particolato e nutrienti in eccesso».
I due esperti però sottolineano come questo effetto non sia né automatico né uniforme, perché è il risultato di una combinazione di diversi fattori: temperatura, salinità, qualità del bacino, densità e gestione. Inoltre, con la molluschicoltura sotto pressione, anche a causa della diffusione del granchio blu , «l’ostricoltura può rappresentare una strategia di diversificazione relativamente più resiliente», anche se resta ancora una filiera di nicchia: la produzione nazionale è infatti intorno alle 300 tonnellate annue. Ma, proseguono Coluccia e Sasso, «la capacità filtrante non è solo un dato biologico, ma può diventare un asset strategico» se tradotta in indicatori verificabili e monitoraggio trasparente. Da qui la proposta di dar vita a un’infrastruttura collaborativa per l’innovazione applicata a questo settore, perché «il principale collo di bottiglia oggi non è la domanda, ma la scala organizzativa e produttiva».
Cambio di marcia rigenerativo
Una visione condivisa anche da Raphaëla le Gouvello, esperta e consulente per l’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) e fondatrice dell’Ong RespectOcean, che invita a cambiare marcia: «Dobbiamo andare oltre la sostenibilità e muoverci verso una blue economy rigenerativa». L’esperta spiega che, se praticati correttamente, gli allevamenti di molluschi possono contribuire alla mitigazione della qualità delle acque costiere (inclusa la rimozione dell’azoto) e fornire habitat per specie selvatiche, aumentando così l’abbondanza della biodiversità. «Si tratta di benefici oggi non sufficientemente riconosciuti», spiega, sottolineando come la mancanza di accesso a nuovi siti e regolamentazioni sempre più complesse, stiano creando oggi grandi sfide per gli operatori.
Le Gouvello ribadisce la necessità che l’Ue pubblichi una roadmap ambiziosa verso una blue economy rigenerativa, all’interno della quale l’industria della molluschicoltura potrebbe diventare un pilastro chiave, insieme alla coltivazione di alghe e alle diverse tipologie di acquacoltura se combinati alla protezione e al ripristino degli ecosistemi marini e alle energie rinnovabili. Ma avverte: «Saranno necessari meccanismi finanziari innovativi per sostenere l’imprenditorialità e le iniziative locali e per premiare - anche attraversi il meccanismo dei crediti di natura (come per esempio i crediti per l’azoto, ndr) - i servizi e i benefici ecosistemici che questo tipo di allevamenti forniscono».


