Asia

La Cina punisce la “taiwanese” ESwatini ma dal 1° maggio toglie dazi a tutta l’Africa

I dati 2025 mostrano che il sistema adottato dalla Cina premia la cooperazione bilaterale e regionale

di Rita Fatiguso

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Bastone e carota. Non si è spento il caso ESwatini (l’ex Swaziland) unico Paese africano che riconosce Taiwan, protagonista di un discussa cancellazione last minute della visita del presidente di Taipei Lai Ching-te a causa degli ostacoli posti da altri Paesi (tra cui Seychelles, Mauritius e Madagascar) che la Cina apre all’esenzione di dazi da altri 52 Paesi africani a partire dal mese di maggio.

La novità

La Cina esenterà completamente le esportazioni egiziane dai dazi doganali a partire dal 1 maggio 2026, nell’ambito del rafforzamento dei legami commerciali di Pechino con l’Africa, secondo quanto riportato dai media statali cinesi.

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Ma non è una politica ad personam. Le esportazioni egiziane verso la Cina entreranno nel mercato cinese senza dazi doganali, al pari delle merci in arrivo da altri 52 Paesi africani. Questa politica tariffaria è stata annunciata il 12 giugno 2025, in occasione del Forum economico Cina-Africa, che ha aperto a un maggiore accesso al mercato cinese e la Cina, come è noto, è il principale partner commerciale dell’Africa negli ultimi 15 anni, con volumi di scambi da 292 miliardi di dollari nel 2024, in primis con Kenya, Ghana, Nigeria e Marocco.

Strategia che funziona

I dati 2025 mostrano che il sistema adottato dalla Cina premia la cooperazione bilaterale e regionale.

Sebbene la Cina offra significative opportunità commerciali e di investimento, è stata anche criticata per le pratiche di prestito e la potenziale dipendenza dal debito di certe nazioni africane, ma adesso sta spostando la sua attenzione dai progetti finanziati esclusivamente con debito a investimenti reciprocamente vantaggiosi.

All’opposto degli Usa

La Cina ha già da tempo una strategia commerciale più aperta rispetto agli Stati Uniti, difficile da stimare, molto dipende dal valore dell’ export del Paese beneficiario verso il Paese che fa “sconti”.

Un caso di studio è quello australiano che dimostra come la tariffa media con il regime preferenziale (grazie al FTA con la Cina) è di circa 1’1,1% contro il 7,1% senza accordo (pari a circa 1’85% in meno rispetto all’aliquota massima teorica).

Quindi su un miliardo di import dall’Australia, la Cina incassa dazi per 11 miliardi contro i 71 che avrebbe incassato senza accordo (“costo” di circa 60 milioni per ogni miliardo di scambi).

Tuttavia, non è un vero e proprio costo, in quanto compensato da benefici ben più ampi. Quindi nel caso dell’Australia, la Cina si assicura l’accesso privilegiato alle materie prime australiane, il rafforzamento delle relazioni geopolitiche e la maggiore competitività. Per l’Africa intera, la rinuncia calcolata all’incasso dei dazi è totale.

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