Macchine

La carta d’identità dei robot cinesi interroga la Ue

In un settore privo di marchi di riferimento, la tracciabilità diventa uno strumento di concorrenza

di Marco Gervasi

Reuters

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La Cina ha appena lanciato un nuovo sistema per assegnare a oltre 28mila robot umanoidi un codice di 29 caratteri che li accompagna dalla fabbrica fino al riciclo. Questo codice registra il produttore, il modello, le specifiche hardware, il livello di capacità dell’intelligenza artificiale, il software installato, l’usura dei componenti e l’intera storia operativa. Non è un registro statico, ma una scheda digitale viva: tiene traccia in tempo reale dell’usura dei giunti, del degrado della batteria e della precisione dei movimenti, e quando qualcosa va storto consente di individuare rapidamente il guasto.

La mossa di Pechino

È un’infrastruttura di tracciamento che in Occidente non esiste. L’AI Act europeo classifica i sistemi di intelligenza artificiale in base al rischio, ma non prevede l’identificazione dei singoli robot fisici. Nemmeno gli Stati Uniti hanno nulla di simile. In poche parole, la Cina ha appena costruito ciò che a noi ancora manca.

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Non è un caso che a muoversi sia proprio Pechino. Il Paese conta più di cento produttori di umanoidi e nel 2025 ha riversato 3,4 miliardi di dollari in nuove imprese del settore, il 42% in più degli Stati Uniti e cinque volte il totale europeo. I robot sono già usciti dai laboratori: un umanoide ha completato in autonomia una mezza maratona a Pechino, il colosso della rete elettrica State Grid prevede di schierarne migliaia per la manutenzione degli impianti, e nelle piantagioni di tè dell’Hubei sono partite le prime sperimentazioni con lavoratori robotici. Quando i robot iniziano a contarsi a decine di migliaia, la domanda su chi sia ciascuna macchina smette di essere teorica.

Il tema della responsabilità delle macchine

A spingere la Cina è infatti un problema che presto sarà anche nostro: la responsabilità. Quando un robot ferisce un lavoratore o danneggia qualcosa, occorre poter risalire alla macchina responsabile e a chi l’ha costruita. È esattamente il nodo che l’Europa affronterà dal 2027 con la nuova Direttiva Macchine: Pechino l’ha risolto sul piano tecnico, mentre da noi resta affidato alle regole sulla responsabilità. Il sistema cinese, peraltro, non nasce isolato: prosegue una linea che dal 2022 ha già regolato gli algoritmi di raccomandazione, l’intelligenza artificiale generativa e i contenuti sintetici, estendendo ora la stessa logica di sorveglianza del ciclo di vita ai robot fisici. Questi infatti sono trattati come automobili o dispositivi medici.

Da qui nasce un risvolto che interessa soprattutto chi guarda agli investimenti. In un mercato cinese con oltre cento produttori e nessun marchio dominante, un robot dotato di uno storico verificabile diventa un segnale di qualità per chi compra. Un esemplare ben mantenuto, aggiornato con regolarità e utilizzato entro i limiti per cui è stato progettato porta con sé una storia che ne attesta l’affidabilità. La conformità, nata come obbligo, si trasforma così in un vantaggio competitivo: in un settore ancora privo di marchi di riferimento, la tracciabilità diventa uno strumento di concorrenza prima ancora che di regolazione. Significa che i robot cinesi potrebbero arrivare in Europa già “tracciati”, con una storia certificabile che i concorrenti non sono in grado di offrire.

Lo stesso approccio si ritrova, su scala locale, nella città di Hangzhou, dove dal maggio 2026 una legge dedicata ai robot intelligenti introduce la tracciabilità tramite codice e gli ambienti di test a regole flessibili. Sono strumenti che l’AI Act prevede sulla carta, ma che in Cina sono già operativi, attorno a un distretto industriale che nel 2025 ha raggiunto un valore della produzione di 15,7 miliardi di dollari e oltre 700 imprese. Gli osservatori la considerano un possibile modello per la futura legislazione del Paese.

Il confronto con l’Europa

Resta però una distanza di valori che non va ignorata. Il sistema di ID cinese — esplicitamente modellato sull’anagrafe dei cittadini — dimostra come lo Stato abbia una visibilità sulle macchine e sulla tecnologia che in Europa sarebbe problematica sul piano della privacy e del Gdpr. L’interesse per noi non è quindi quello di “imitare” il modello cinese, ma di capire cosa effettivamente questo sistema risolva — responsabilità, tracciabilità, fiducia — e cosa invece confligge con i principi su cui si fonda il nostro mercato. Il robot, incorporando l’AI, dovrà ereditare le regole del territorio in cui verrà distribuito, ma potrà di certo far sue le innovazioni tecniche che ne migliorano la sicurezza e la trasparenza. La vera domanda, allora, non è se l’approccio cinese sia giusto, ma se sia semplicemente in anticipo. Qualora gli umanoidi diventeranno così comuni come la Cina prevede, ogni Paese avrà bisogno di un modo per riconoscerli.

marco.gervasi@theredsynery.com

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