Stati Uniti

La Camera contro la guerra in Iran, Trump attacca i «cattivi repubblicani»

Per il presidente i traditori e i democratici alla Camera sono nemici degli Usa. La bocciatura è il segno dei malumori per le conseguenze del conflitto

di Marco Valsania

Il presidente americano Donald Trump nello Studio Ovale dalla Casa Bianca EPA

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Donald Trump reagisce con rabbia alla rivolta nei ranghi del suo partito repubblicano, che ha portato al primo voto della Camera per un ritiro delle truppe americane dal conflitto con l’Iran. «Bad republicans», «cattivi repubblicani»: così ha apostrofato ieri i quattro deputati dissidenti che si sono uniti all’opposizione democratica nel fare passare la risoluzione con 215 a favore e 208 contrari. In un messaggio su Truth Social, ha condannato l’intera mozione come un «insignificante» tentativo di ostacolare i suoi «poteri di guerra» di commander in chief.

La bocciatura - ha denunciato Trump - arriva «durante i miei negoziati finali per portare a termine la guerra con l’Iran. Chi farebbe mai una simile cosa antipatriottica. I democratici sono afflitti da sindromi anti-Trump, farebbero fallire il Paese pur di non consentirmi un’altra vittoria tra le mie tante. I quattro repubblicani sono degli esibizionisti, dovrebbero vergognarsi. Maga!!!»

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L’eco del voto, avvenuto mercoledì sera, ha continuato a riverberare a Washington nonostante la stizza del presidente. E nonostante le chance che diventi un provvedimento con forza di legge siano scarse: dovrebbe passare al Senato e con maggioranze di due terzi per essere a prova di veto del presidente. Che continua a rivendicare l’autorità per un’operazione giustificata con imminenti emergenze di sicurezza nazionale causate da Teheran.

Ma le ostilità, iniziate il 28 febbraio con il lancio della missione Epic Fury, sono ormai entrate nel quarto mese, tradendo assicurazioni che sarebbero durate non più di cinque settimane e nutrendo il disagio a Capitol Hill. La missione ha svuotato gli arsenali americani, sollevando timori sulla capacità Usa di tener testa ad altre crisi; non ha liquidato il regime iraniano; ha rilanciato l’inflazione con shock energetici; e ha provocato strappi con numerosi Paesi amici.

Lo schiaffo del voto può oltretutto segnalare, al di là della guerra, più generali resistenze allo stile unilaterale e aggressivo adottato dalla Casa Bianca. Negli ultimi giorni i conservatori americani hanno anche ostacolato il patteggiamento di Trump con il fisco, irritati da un fondo di risarcimento per i sostenitori del presidente (che insiste sulla misura anche se il suo stesso segretario alla Giustizia Todd Blanche l’ha dichiarato cancellata) e da un’ampia immunità da controlli sulle tasse per tutta la famiglia.

È il conflitto in Medio Oriente, però, che oggi scotta più di tutto. «Non è nulla di che», «not a big thing», ha affermato Trump in queste ore, raddoppiando gli sforzi per minimizzare rischi resi evidenti dagli ostacoli sulla strada di una soluzione diplomatica. Trump - ha rivelato il Wall Street Journal - avrebbe indicato ai collaboratori che non intende riprendere bombardamenti su larga scala se l’Iran non ucciderà soldati americani. Uno spettro che non può essere esorcizzato: la regione è reduce da recrudescenze degli scontri, dal Golfo Persico, dove Teheran ha preso di mira basi Usa e colpito l’aeroporto del Kuwait , al Libano, dove nuove tregue non hanno fermato i combattimenti tra Israele e Hezbollah. Il segretario di Stato Marco Rubio ieri ha incontrato la sua controparte del Kuwait e condannato «gli inaccettabili attacchi» di Teheran.

Trump ha ugualmente definito il conflitto un semplice «detour» del quale è «orgoglioso». Orgoglio che ha misurato con una serie di indicatori, spesso discutibili o smentiti dai fatti: «Abbiamo il mercato azionario ai livelli più elevati della storia. Abbiamo grandi forze armate. I costi stanno scendendo e tutti fanno soldi a palate».

L’impasse diplomatica, oltre che dagli scontri, è stata aggravata dalla distanza che rimane tra le parti su un negoziato in corso tra ritardi e lentezze. Gli Usa cercano di separare il conflitto iraniano da quello in Libano, posizione confermata da Rubio al Congresso. Mentre Teheran invoca un accordo unico. Washington vuole chiari divieti sul nucleare dell’Iran, che tace e risponde con richieste di controllo su Hormuz e scongelamento di asset.

I contatti, attraverso mediatori, restano, ma il compromesso, ipotizzato da Trump a volte come imminente e a volta senza fretta, finora sfugge. Il presidente ha riaffermato che un’intesa può arrivare «questo fine settimana». Il ministro degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi ha ribattuto che non ci sono stati «progressi significativi».

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