La sicurezza pubblica, infatti, dipende anche da altri elementi del sistema giudiziario, come i pubblici ministeri, la magistratura e i sistemi penale e della libertà condizionale. Inoltre, dipende dalla propensione della popolazione locale al crimine, che a sua volta dipende da fattori socioeconomici e culturali più ampi. E dipende dalle opportunità di commettere reati. Di fatto, il drastico calo dei livelli di criminalità negli Stati Uniti negli ultimi decenni è stato determinato da interventi dei privati, non della polizia. La proliferazione di sistemi d’allarme sempre più sofisticati ha reso molto più difficili i furti di automobili o in appartamento. E oggi circa un milione di americani lavora per società di vigilanza private.
Come è accaduto per le altre istituzioni formali soggette all’ossessione per le metriche, le forze di polizia hanno imparato, anzi sono state incoraggiate, ad aggirare il sistema. Per “ridurre” i tassi di criminalità, possono derubricare alcuni reati, oppure omettere di verbalizzare l’arresto di sospetti.
I politici saranno sempre tentati di caricare le istituzioni di aspettative non realistiche per dimostrare di avere a cuore il benessere e la sicurezza delle persone. È bello pensare che, con i giusti incentivi, tutti possano godere di buona salute, gli studenti possano riuscire negli studi e le città possano essere libere dalla criminalità. Ed è inevitabile che una piccola società di guru dell’organizzazione e consulenti internazionali voglia sfruttare queste speranze spacciando “migliori prassi” e cure basate sulle misurazioni come la soluzione per risolvere problemi sociali profondi. Ma, come abbiamo visto, i risultati sono spesso deludenti.
Tutto questo non significa che misurare la performance attraverso i dati sia inutile. La misurazione delle prestazioni può essere vantaggiosa, soprattutto se utilizzata non allo scopo di premiare o punire, ma per finalità diagnostiche dagli stessi professionisti, e se modellata in base ai loro valori, esperienze e aspettative professionali. Troppo spesso, però, l’ossessione per le metriche entra in gioco, promettendo una soluzione a qualunque problema, a prescindere dalla sua complessità. E se alla fine questa soluzione non arriva, si può sempre ricorrere a un capro espiatorio a cui addossare la colpa e con cui esorcizzare l’incertezza.
Traduzione di Federica Frasca
Jerry Z. Muller, docente di storia alla Catholic University of America, è l’autore di The Tyranny of Metrics.
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