La biodiversità apre a nuove competenze trasversali
Nelle imprese cresce l’esigenza di attrarre professionisti specializzati nella tutela della natura, con skill sia tecnici sia economici
4' di lettura
I punti chiave
- Dal sapere tecnico alle competenze aziendali
- Professioni emergenti e mercato del lavoro
- Pirelli: biodiversità in fabbrica e nella filiera
- Italferr: infrastrutture e capitale naturale
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Un biologo che affianca un manager acquisti per valutare l’impatto di una filiera agricola o un economista che analizza i rischi legati alla perdita di habitat naturali. Scene che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate insolite, oggi raccontano una trasformazione in atto: la biodiversità non è più solo materia di ricerca o conservazione, ma un asset strategico per le imprese. Dalla tutela delle risorse genetiche alle soluzioni urbane nature-based, fino alla gestione responsabile delle filiere, emerge una nuova visione che non confina più la biodiversità all’ambito “scientifico”, ma la trasforma in un campo professionale che richiede contaminazione di saperi. Biologi, agronomi, forestali, ingegneri, economisti e manager devono lavorare fianco a fianco, traducendo dati complessi in decisioni utili al business e al pianeta.
Dal sapere tecnico alle competenze aziendali
Secondo Matteo Pedrini, direttore scientifico di Sustainability Makers, l’associazione dei professionisti della sostenibilità, e direttore di Altis – Graduate School of Sustainable Management dell’Università Cattolica, non basta definirsi esperti di biodiversità: conta la capacità di adattare le competenze ai contesti aziendali. La biodiversità, spiega, non è un sapere unico valido ovunque, ma un insieme di strumenti da personalizzare in base ai settori. A livello formativo, Pedrini individua due grandi gap: da un lato i profili manageriali, che spesso non hanno gli strumenti per interpretare i dati scientifici; dall’altro i profili tecnico-scientifici, che faticano a muoversi nelle logiche d’impresa. «Per i primi servirebbero percorsi strutturati per imparare a leggere i dati sulla biodiversità; per i secondi è decisivo acquisire la cassetta degli attrezzi manageriale: politiche, strategia, pianificazione, misurazione delle performance, linguaggio economico-finanziario».
Professioni emergenti e mercato del lavoro
Una fotografia aggiornata arriva dal report Biodiversity and the private sector in Italy. Trends, policies, and financial instruments, realizzato da Etifor, società di consulenza ambientale nata all’interno dell’Università di Padova, che raccoglie circa 80 esperti tra forestali, ingegneri ambientali ed economisti. Nella sua seconda edizione (2025) lo studio ha raccolto risposte da circa un centinaio di imprese legate ai network italiani su Csr e Esg. I dati mostrano che la biodiversità sta entrando nelle strategie: oltre il 50% delle aziende intervistate ha già un dipartimento di sostenibilità che include il tema; una su due ha investito in progetti dedicati e quasi il 45% ha adottato una strategia di mitigazione. «La mancanza di competenze interne resta però l’ostacolo più citato», avverte Alessandro Leonardi, amministratore delegato e fondatore di Etifor, «ed è per questo che vediamo una domanda crescente di figure nuove e trasversali». Secondo Leonardi, «le professionalità più richieste sono ingegneri ambientali, agronomi, forestali e scienziati ambientali». Figure che devono però andare oltre l’approccio tecnico, acquisendo una visione socio-politica ed economica internazionale, competenze digitali come l’uso dei Gis (Geographic Information Systems, sistemi informativi geografici) e capacità di governance e facilitazione territoriale.
Tra i casi seguiti da Etifor c’è il gruppo Kering (Gucci, Balenciaga), che ha avviato una Water Strategy per generare entro il 2050 un impatto idrico positivo. Il primo laboratorio sarà attivato nel bacino dell’Arno, distretto strategico delle concerie toscane, dove facilitatori territoriali ed esperti di governance fluviale coordinano imprese e istituzioni per ripristinare ecosistemi d’acqua dolce e aumentare la resilienza del territorio, adottando una visione olistica e un approccio collettivo al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità del settore.
Pirelli: biodiversità in fabbrica e nella filiera
Tra le aziende manifatturiere, Pirelli ha inserito la biodiversità tra le priorità della strategia di sostenibilità: dall’introduzione della gomma naturale certificata Fsc alla rigenerazione di aree degradate in Messico, fino a iniziative come l’hub per la biodiversità di Bollate e la riforestazione marina della posidonia. «Per ogni sito produttivo abbiamo predisposto un piano di azione per la biodiversità, con misure concrete come il riuso delle acque piovane, l’efficienza energetica e il ripristino degli ecosistemi locali», spiega Matteo Battaini, head of sustainability and future mobility.



