L’evento

La Biennale di Venezia celebra l’intelligenza versatile e collaborativa

Apre le sue porte domani 10 maggio - sino a novembre - la 19° Mostra internazionale di Architettura di Venezia. Sono più di 750 i protagonisti della collettiva di Ratti e 300 i progetti in esposizione

di Paola Pierotti

A Satellite Simphony

4' di lettura

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Non abbiamo bisogno di un genio individuale, ma dell’intuizione che scaturisce da progetti collaborativi. Non di soluzioni rigide, ma di ecosistemi flessibili. Di fronte ad un mondo in trasformazione, l’architettura deve adattarsi essa stessa, spingendosi verso territori finora inesplorati. Così inizia il viaggio di Carlo Ratti, curatore della 19esima Mostra della Biennale di Architettura di Venezia, che ha aperto i battenti e resterà aperta fino al 23 novembre prossimo. Sono più di 750 i protagonisti della collettiva di Ratti e 300 sono i progetti in mostra.

La mostra

“Intelligens. Natural. Artificial. Collective” è il titolo della Biennale Architettura 2025, e dopo gli annunci la mostra è realtà. Una mostra carica, ricca, dove arte e tecnologia, dove materia e materiali dicono di scenari possibili e alternativi. Dove le connessioni, immateriali ma anche infrastrutturali, sono il filo rosso che lega idee, persone, luoghi. Dove per la prima volta arrivano gli Umanoidi, ma dove l’uomo vuole essere il fulcro del racconto.

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Dove clima e guerra richiedono con urgenza nuovi immaginari e progetti che siano al passo con i tempi. «Attraverso il costruire arriviamo all’abitare, con l’intelligenza. Bisogna costruire con intelligenza il mondo, ascoltando l’intelligenza del mondo - ha detto Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione la Biennale di Venezia, che ha sottolineato l’impegno di Ratti - nell’ascolto del mormorio, del linguaggio, dei segni del mondo, ma anche nella capacità di interrogare gli algoritmi che avvolgono la costruzione del nostro abitare».

Sintesi di pensiero scientifico e umanistico, di competenze interdisciplinari, l’architettura a Venezia racconta le tendenze del prossimo futuro. «L’architettura è slancio – dice Buttafuoco – concede spazio, lo produce, dispone ordinamento e direzione». Il riferimento all’enciclica Laudato Si, che quest’anno compie i suoi primi 10 anni, è sotteso in una proposta che è tutta rivolta all’impegno collettivo a prendersi cura della casa comune, con urgenza di fronte a crisi climatiche al fenomeno del “domicidio” che interessa molti Paesi, dal Sudan all’Ucraina a Gaza.

Le suggestioni

Le immagini sono forti. Tra le altre quella di un sistema di condizionatori che scaldano i primi ambienti delle Corderie o di un sistema che a ridosso delle Gaggiandre trasforma l’acqua della laguna in acqua potabile. Numerose le installazioni che tengono insieme energia, mobilità, materiali e acqua. C’è l’idea di biblioteche che in futuro non dovranno essere costruite, ma coltivate, grazie ad elementi botanici che saranno aumentati geneticamente per immagazzinare la conoscenza di forme architettoniche, che sarà possibile estrarre e utilizzare per contrastare i metodi di costruzione inquinanti. Ci sono le immagini di ecosistemi galleggianti lungo le rotte commerciali dell’Ecuador per i quali si studiano modelli per tutelare la biodiversità e i diritti sociali delle comunità fluviali. Tra le altre storie quella di un campus autosufficiente in Ruanda per formare nuovi leader agricoli, incarnando principi dell’One health in un modello educativo replicabile.

Tra le tante storie che riguardano i materiali quella di una Banca dei materiali, che approfondisce l’interazione tra materiali innovativi e applicazioni architettoniche: un invito a percepire l’ambiente costruito non come elemento passivo, ma come partecipante attivo del nostro futuro culturale ed ecologico condiviso. E ancora, un monumentale arazzo visivo traccia la relazione tra tecnologia e potere dal 1500 ad oggi: un’opera che rivela come imperi e infrastrutture computazionali abbiano modellato i sistemi di controllo che governano corpi e ambiente.

Non mancano temi di attualità come l’impatto dell’emergenza migratoria sulle coste europee e in luoghi di prima accoglienza, la critica alla demolizione a favore del recupero (con tesi legate a impatto climatico del settore edilizio e questioni di giustizia sociale), la denuncia del lavoro forzato nella filiera edilizia globale (con particolare riferimento alla produzione del calcestruzzo), la svalutazione del lavoro degli architetti o la considerazione che l’edilizia industriale cancelli i legami con i luoghi. E sul tema del calo demografico c’è chi ripensa le scuole come infrastrutture temporanee, adattabili e riutilizzabili.

La mostra come un viaggio (lo stesso curatore stima che per vederla e capirla bene servano 5 giorni!) che parla di adattamento, di futuro, di ricerca. Ci si interroga sul tema della casa, e più in generale dell’abitare. Grande attenzione al clima, all’inclusione, con riferimento alle tante specificità dei diversi posti del mondo, che poi finiscono per diventare storie ed emergenze comuni e collettive. E Ratti spera che la sua mostra riesca a generare una “reazione a catena”, cominciata pensando a Venezia, come città fragile che si fa laboratorio vivente, e capace di capitalizzare storie ed esperienze per costruire insieme un diverso futuro. La mostra di Ratti ha preso il via da una fase di ascolto, tra sindaci, scienziati, architetti e lungo le Corderie dell’Arsenale tocca i temi della demografia, della natura (con cui l’architettura si confronta attraverso la mimesi), dei materiali naturali e artificiali, della circolarità e poi della sensorialità. Robot ma anche comunità, persone. «Molto prima dell’arrivo degli architetti – si legge nelle schede che accompagnano le installazioni della Mostra – l’architettura si è basata sull’apporto della collettività: risposte modellate dalle necessità, dal carattere dei luoghi e dalla saggezza della sopravvivenza. Attraverso le generazioni, gruppi di persone hanno trasmesso conoscenze in una catena continua di prove ed errori, simile all’evoluzione naturale. Oggi, quella catena prosegue - si legge - negli insediamenti informali, nel design partecipativo, negli atti di resistenza organizzata, spesso amplificati da reti digitali e intelligenze artificiali. L’intelligenza collettiva è viva e prospera nello scambio».

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