La Biennale di Shanghai invita all’ascolto per un futuro migliore
La curatrice canadese Kitty Scott parte da una scoperta scientifica per parlare di comunicazione tra esseri viventi attraverso le voci di artisti noti e da scoprire
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La teoria secondo cui i fiori sentono il ronzio delle api e iniziano a produrre più nettare per accoglierle è stato il punto di partenza per Kitty Scott, curatrice della 15ª Biennale di Shanghai, inaugurata il 7 novembre e aperta fino al 31 marzo 2026. L’evento è organizzato dal museo Power Station of Art, luogo espositivo principale della manifestazione: è una ex centrale elettrica sulle sponde del fiume Huangpu, riconvertita in occasione dell’Expo a Shanghai nel 2010 e trasformata due anni dopo, con un investimento di 64 milioni di dollari da parte della città, in primo museo per l’arte contemporanea non privato della Cina. La spesa per organizzare la Biennale, che proviene principalmente da fondi del governo cittadino, con il contributo di alcuni sponsor, non è stato rivelata. Tra gli sponsor ci sono Aesop (Special partner), DENZA (Official travel partner), The Langham, Shanghai, Xintiandi and Brilliant by Langham (Official hotel partner) e anche l’azienda italiana FLOS.
Il tema della Biennale
“La scoperta del fiore che sente l’ape mi ha fatto riflettere - ha dichiarato Kitty Scott, - mi ha fatto pensare agli artisti e al loro sforzo di connettersi al mondo, alle forme di trasmissione non verbale e alla comunicazione tra umani e non umani. La rappresentazione della natura e del paesaggio è nata nella storia dell’arte come idea di impossessamento. Ora che siamo in un contesto post-colonialistico, cerchiamo altre forme di conoscenza e connessione con la natura. La Biennale è, quindi, un invito all’ascolto”.
La visione di Kitty Scott si riflette nelle 250 opere di 67 artisti inclusi nella Biennale, di cui 16 cinesi. Le opere commissionate sono più di 30. Le scelte della curatrice sono ricadute su artisti e artiste sia affermati, come Allora & Calzadilla, con una grande installazione di fiori come quella presente al momento anche alla Pinacoteca Agnelli; Francis Alÿs con nuovi lavori realizzati a ricamo; Theaster Gates, le cui opere sono esposte in un’altra sede della Biennale, nel nuovo Jiayuanhai Art Museum, progettato da Tadao Ando nella campagna fuori Shanghai, tra le risaie e le vigne, inaugurato nell’aprile 2024.
Le scelte artistiche
Accanto ai nomi noti, ci sono anche numerosi artisti emergenti con tanto potenziale e opere nuove da scoprire, come ad esempio quelle – esposte sempre nel museo di Tadao Ando – del francese Maxime Cavajani, classe 1988, che ha realizzato una serie di disegni, un arazzo e un video nel corso di una residenza nelle remote Fogo Islands, a largo del Canada, utilizzando un colore rosso prodotto secondo antiche tradizioni locali. Il suo mercato è ancora tutto da costruire in quanto artista emergente che ancora non lavora con una galleria. In studio, le opere su carta in set di due o tre vanno da 3.500 a 7.500 euro. Tra gli artisti cinesi, molto apprezzata la giovane Chen Ruofan, classe 1996, che crea delicatissimi lavori su tela e installazioni con la polvere ispirati all’ambiente malsano delle fabbriche e alle condizioni in cui lavorano gli operai. Al momento è in residenza in Germania allo Schloss Plüschow. Anche lei non è ancora rappresentata da una galleria; i lavori in studio vanno da 5 mila a 40 mila dollari a seconda di dimensioni e materiali. Grande interesse ha suscitato il lavoro di Liu Shuai, classe 1992, che parte dall’osservazione della natura per realizzare lavori semplici e poetici. Nonostante il gradimento del pubblico, l’artista, che lavora da circa cinque anni, ha scelto per ora di non vendere le sue opere. “Le faccio per me stesso, e poi sono solo materiali raccolti in giardino, che intreccio con le mie mani, il mio cuore e la mia mente” ha commentato con umiltà.
L’eredità artistica orientale trapela nelle opere di tanti contemporanei, come nel caso della pittrice Tan Jing, classe 1992, che dipinge con gli oli essenziali su carta colorata e trasparenza, creando opere avvolgenti che stimolano tutti i sensi (da Antenna Space, dove ha ora una personale, le opere vanno dai 2.500 a 10.000 dollari circa per formati medi). Dalla Turchia, invece, arriva Cansu Yildiran, classe 1996, che fotografa le donne del suo paese, alle quali non è permesso possedere case o terreni, nonostante li coltivino, poiché ciò è riservato agli uomini per un’antica tradizione. Anche in questo caso, non c’è ancora una galleria che rappresenta l’artista; i prezzi in studio vanno da 2 mila a 12 mila euro. Un’altra interessante artista turca è Gözde Mimiko Türkkan, classe 1984, con le sue “Feminist Waves”, onde che prendono le mosse dal corpo della donna.
Gli artisti indigeni
Considerata la provenienza canadese della curatrice, largo spazio nella mostra è riservato agli artisti indigeni, non solo del Canada, ma anche ai nativi di altri territori. Per esempio, c’è Brian Jungen, classe 1970, artista già riconosciuto, originario della popolazione nativa Dane-Zaa, cresciuto guardando film western alla televisione tanto da identificarsi con i cowboy, sempre vittoriosi e armati di pistole (è rappresentato da Casey Kaplan). Ma c’è anche Abbas Akhavan, artista nato in Iran nel 1977, in Canada dagli anni 80, oggi di base tra Montreal e Berlino, già noto a livello internazionale, che alla Biennale di Venezia del 2026 rappresenterà il Canada. La sua opera a Shanghai è sul tetto della Power Station of Art, visibile solo agli uccelli (o ai droni).
Una Biennale, quindi, che non parla direttamente di politica, ma affronta tante questioni di attualità, dall’ambiente all’identità, al passato coloniale, con un linguaggio contemporaneo e poetico, attraverso voci di artisti noti, ma anche nuovi su cui scommettere, guardando al futuro con spirito ottimista.











