La Biennale di Bonifacio come l’opera «Nimu Dormi»
Video e installazioni di 12 artisti internazionali e sei autori e collettivi dell’isola riflettono sulla festa e sull’incontro sociale come base per una tensione rivoluzionaria
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I punti chiave
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Cinque sedi, edifici storici e luoghi abbandonati riconquistati all’arte contemporanea e un itinerario costruito secondo l’opera lirica. Dal 23 maggio al 5 novembre 2026 la Biennale di Bonifacio presenta «Nimu Dormi» che riunisce per questa terza edizione 12 artisti internazionali e sei artisti e collettivi dell’isola. Alla logica della produttività quotidiana si sostituisce quella della passione: la festa diventa un momento rivoluzionario che permette di osservare la differenza e di entrare in relazione con il mondo attraverso musica, danza, esperienza collettiva. Ouverture, Preludio, tre Atti e un gran finale alla Caserma scandiscono il percorso.
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Una Biennale no profit
Dietro la manifestazione c’è l’associazione De Renava, realtà senza scopo di lucro fondata e curata da Prisca Meslier e Dumè Marcellesi nel 2020 a cui si è aggiunto Basile Isitt nel 2022. Il budget complessivo è di 600 mila euro, dei quali 200 mila provengono da fondi pubblici, compresi 50 mila euro messi a disposizione dalla città. Il resto arriva da mecenati e sostenitori privati. A rendere possibile una manifestazione di queste dimensioni con un budget relativamente contenuto è anche il ricorso al mécénat de compétence. Architetti e scenografi offrono le proprie competenze specializzate senza fatturare in una forma di volontariato: la Biennale sostiene così i costi dei materiali, della sicurezza, della gestione e degli interventi necessari per rendere accessibili gli edifici storici e gli spazi abbandonati. Ogni artista riceve inoltre un compenso di partecipazione di mille euro. La possibilità di realizzare nuove commissioni rimane limitata: l’unica commissionata site-specific è stata affidata al giovane corso Philippe Caamano, alla Caserma dove dal prossimo anno De Renava intende creare anche uno spazio espositivo permanente, una sorta di galleria integrata nell’associazione: tutti i profitti generati dalle vendite saranno reinvestiti nelle mostre. Parallelamente potrebbe nascere una collezione della Biennale nella Caserma.
Il percorso come un’Opera lirica
Il percorso si apre all’Agorà, ex nightclub chiuso nel 1993. Qui l’agorà, luogo della festa, è infatti anche un luogo politico, dove ci si incontra, si discute e si vive insieme. «Volevamo affrontare il tema della festa come atto di rivoluzione», spiega Prisca. «Un atto di sfida, di resistenza e, a volte, di sopravvivenza per un gruppo diverso». La maggior parte delle opere sono video o installazioni sonore che, rispetto alle prime due edizioni, risultano meno impattanti per dimensioni ed estetica ma suggeriscono una diversa fruizione dell’opera d’arte, più intima, paziente. I video esposti in Biennale hanno un range che va dai 50 mila ai 70 mila euro.
L’Ouverture sceglie «Nervous» (1999-2000) di Adel Abdessemed, video realizzato per FRAC Corsica. «Dio vi salvi Regina» mette in relazione tradizione religiosa e storia politica della Corsica, diventando nel 1735, con Pasquale Paoli, inno nazionale. Il titolo «Nervous» restituisce quella tensione tra fragilità e resistenza che attraversa anche la storia del brano, talvolta cantato clandestinamente e associato agli indipendentisti.
Il Preludio presenta «Lamia» di Niki Danai Chania, dedicata alle creature della notte e alle culture marginalizzate. Seguono le opere di Alex Foxton, (da Galerie Derouillon prezzi tra 18 mila e 47 mila euro) che ha realizzato cinque scene bibliche attorno al «divino sociale»: la possibilità di incontrare il sacro non soltanto durante la liturgia, ma anche nella relazione con l’altro e nelle occasioni comunitarie.













