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Il boom della medicina estetica
Il caso della società svizzera Galderma che mette a referto numeri record in Borsa
Ascoltalo oradi Maximilian Cellino
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I mercati faticano a prendere le misure agli eventi che si succedono quotidianamente dal fronte della guerra fra Russia e Ucraina, anche perché l’incertezza sugli sviluppi del conflitto e quindi sulle loro conseguenze macroeconomiche regna ancora sovrana. Iniziano però a mettere a fuoco quale potrebbe essere la reazione delle Banche centrali, ormai prossime ad appuntamenti cruciali per le loro scelte di politica monetaria, a questo scenario non del tutto previsto, e i riflessi si vedono immediatamente sull’andamento dei titoli di Stato.
In un contesto in cui i rendimenti sovrani si sono andati riducendo un po’ ovunque, a partire dagli Stati Uniti e dalla Germania dove il Bund a 10 anni è tornato negativo, il movimento più eclatante è risultato alla fine quello dei BTp. Il tasso dei decennali italiani non solo è sceso di quasi 40 centesimi in una sola seduta all’1,39%, ma lo ha fatto più rapidamente del corrispettivo tedesco e ha riportato lo spread a 148 punti base dove non lo si vedeva ormai da un mese.
Appare quindi chiaro come gli investitori stiano ricalibrando le aspettative sull’esito del Consiglio Bce del prossimo 10 marzo e soprattutto la marcia che l’Eurotower ha intrapreso verso la normalizzazione della politica monetaria. Se fino a qualche giorno fa si scontava un rialzo di almeno 50 punti base nel 2022 nell’area euro, ora le attese si sono improvvisamente dimezzate. E il fatto che possa anche allontanarsi il momento in cui cesseranno da parte di Francoforte gli acquisti di titoli di Stato giustifica il riprezzamento dei BTp.
Nelle ultime ore i banchieri centrali hanno del resto fatto di tutto per confermare il sospetto che già si insinuava nella mente di analisti e operatori. Alle parole di qualche giorno fa dell’austriaco Robert Holzmann e della tedesca Isabel Schnabel si sono infatti aggiunte nelle ultime ore quelle di Fabio Panetta e del finlandese Olli Rehn, che vanno tutte sostanzialmente nella stessa direzione: quello attuale non sembra proprio essere il momento più opportuno per avviare una restrizione monetaria, ed è quindi più saggio attendere che gli effetti della crisi attuale siano almeno più chiari.
Il bollettino sull’inflazione nei vari Paesi europei, preso in sé, non sarebbe certo rassicurante agli occhi dai banchieri centrali. Il +5,1% registrato a febbraio in Germania, il +7,4% spagnolo e naturalmente anche il +5,7% annunciato l’1 marzo dall’Istat per il nostro Paese sono tutte cifre che vanno ben oltre le aspettative e preludono oggi a un valore complessivo che per l’area euro potrebbe issarsi al 5,8% con un dato «core» al 2,5% e quindi superiore all’obiettivo Bce.