La balbuzie, una foto, una dottoressa: ecco cosa ho imparato dalle elezioni americane
Dal 23 ottobre al 3 novembre vi abbiamo raccontato come l’America si preparava all’elezione più combattuta e difficile degli ultimi anni, chiudiamo questo percorso con una riflessione su ciò che crediamo di aver imparato da questi giorni di immersione mediatica. Tre istantanee della Presidenza Biden
di Serena Uccello
5' di lettura
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E ora? Stamane, lunedì 9 novembre, la giornata è cominciata senza alcuna ricerca compulsiva su Google news, o sui siti, o persino sul televideo. Giorni, quelli appena trascorsi, a scrutare quei due numeretti su fondo rosso e su fondo blu. Svariati messaggi sulla chat di famiglia (la mia chat, la mia famiglia. Una parte in Wisconsin, una parte in Georgia, guarda caso proprio due Stati cruciali). Da sabato la consultazione compulsiva è passata dall'essere finalizzata a cercare di capire il “chi sarà”, al cercare di conoscere il “chi sono”. Chi sono Joe Biden e Kamala Harris: il 46° Presidente degli Stati Uniti e la sua vice.
L'interesse è diventato vorace curiosità biografica. Anche noi su queste pagine vi abbiamo raccontato in un lungo speciale, cominciato il 23 ottobre e durato fino al 3 novembre, la vigilia elettorale, l'agenda dei candidati, le scelte su alcuni temi centrali come ambiente e sanità, attraverso più punti di vista dagli scrittori, agli analisti, agli artisti, ai musicisti. E ora? Ora è forse il momento, per concludere questo percorso, di provare a recuperare ciò che nessuno ci ha raccontato e che è lì, incastrato tra decine di immagini e di parole. Questo è quello che ho scovato io, quello che ho imparato in queste ultime ore.
Primo frame: sabato pomeriggio, dopo internet (dopo anche la chat di famiglia), la televisione. Video, collegamenti, commentatori. Un uomo di quasi 78 anni, capelli bianchi, in forma, si avvicina a un bambino, è di spalle ma il microfono riesce a catturare le parole. La postura, il modo in cui si piega sulle ginocchia per farsi di pari altezza, evidenzia che l'uomo ha consuetudine con i bambini.
L'uomo è Joe Biden, di figli ne ha avuti quattro ma due li ha persi, ora ha nipoti. Il bambino tiene lo sguardo abbassato, ha pianto o sta per piangere. L'uomo dice: «Non permettere che tutto questo ti fermi, tu sei più forte di qualunque bullo, io so cosa stai provando perché l'ho vissuto». Scopro che Joe Biden ha sofferto di balbuzie, che mai da ragazzo avrebbe creduto di poter essere in grado di pronunciare un discorso, ma che a ventotto anni è entrato nel consiglio della contea di New Castle e a trenta in Senato. E questa non è la retorica del volere è potere: è la storia di un ragazzino balbuziente che ha fatto della parola la sua forza. Avrà dovuto buttare giù il rospo delle umiliazioni? Siamo autorizzati a ipotizzare che sì, sarà accaduto. Può ciò rendere Joe Biden un uomo di Stato migliore? Dal mio piccolo mondo, io credo di sì. Può questa cosa far sentire me, che vivo dentro un appartamento all'ottavo piano di un ovvio condominio in un ovvio quartiere in una città di nuovo tumulata dalla pandemia, più al sicuro? Sì, può.
Secondo frame. Un amico su facebook pubblica sul suo profilo una gallery di foto che ritraggono un giovanissimo Joe Biden. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti è stato appena eletto senatore per la prima volta ed ha al tempo stesso sperimentato il primo dei due devastanti lutti che hanno investito la sua vita. La sua prima moglie e sua figlia sono state uccise in un incidente automobilistico, gli altri due figli, due maschi, sono in ospedale. In una foto si intravede questo giovane uomo che cerca di distrarre con un giochino il figlio che ha una gamba in trazione, il braccio fasciato. Nella seconda foto, sempre questo giovane uomo è ancora in quella stanza, non è più chinato al bordo del letto, ma è in piedi a fianco, ha la mano su un volume dalla copertina scura, a destra c'è un bambino sempre disteso a letto ma in una posizione diversa. Joe Biden sta pronunciando il suo giuramento da Senatore.






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