L'uso eccessivo di Instagram potrebbe erodere il proprio senso di sé, alterando la percezione del nostro corpo
Uno studio coordinato da ricercatori del campus di Milano mette in guardia da un mondo digitale in cui tutti i volti tendono ad assomigliarsi. Il rischio è che diventi più difficile ricordare ciò che ci rende unici
4' di lettura
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L'uso di Instagram potrebbe influenzare non soltanto il modo in cui vediamo il nostro corpo, ma anche il modo in cui il cervello percepisce il corpo che abitiamo come “nostro”, insomma potrebbe erodere il senso di sé fino al punto di non riconoscersi più nel proprio corpo, di non sentirsi più ‘a casa' dentro di esso.
Lo studio
È quanto suggerisce uno studio scientifico pubblicato sulla rivista internazionale Computers in Human Behavior e condotto da un team di ricercatori coordinato dal professor Giuseppe Riva, direttore del Humane Technology Lab, dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Milano. Lo studio, guidato dalla dottoressa Maria Sansoni, solleva l'ipotesi dell'erosione digitale dell'identità corporea (Digital Erosion of Bodily Identity Hypothesis): l'idea è che anni di esposizione a selfie, volti filtrati e rappresentazioni digitali del sé possano gradualmente rendere più permeabili i confini percettivi che ci permettono di riconoscere il nostro volto come unicamente nostro. In altre parole, se per anni viviamo in un mondo digitale in cui tutti i volti tendono ad assomigliarsi, il rischio è che diventi più difficile ricordare ciò che ci rende unici.
Background
La salute mentale di adolescenti e giovani adulti rappresenta oggi una delle principali sfide per la salute pubblica. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, circa un adolescente su sette e un adulto su otto nel mondo convivono con un disturbo mentale. Tra i fattori che destano maggiore preoccupazione vi sono quelli legati al corpo e all'immagine di sé. In una cultura sempre più centrata sull'apparenza, l'aspetto fisico assume infatti un ruolo crescente nella costruzione dell'identità personale e nelle relazioni con gli altri. Non sorprende quindi che l'insoddisfazione corporea sia oggi associata a un ridotto benessere psicologico e rappresenti un importante fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi alimentari, depressione, ansia sociale e bassa autostima.
Negli ultimi anni il dibattito scientifico si è concentrato soprattutto sul ruolo dei social media. Piattaforme come Instagram hanno trasformato il corpo in uno dei principali strumenti di comunicazione e autorappresentazione. In questi ambienti digitali, il volto e l'aspetto fisico vengono continuamente esposti, osservati, confrontati, modificati attraverso filtri e valutati attraverso like, commenti e metriche di visibilità. Questo confronto costante con immagini idealizzate e standard estetici spesso irrealistici può aumentare la pressione percepita rispetto al proprio aspetto, contribuendo non solo a una maggiore insoddisfazione corporea ma anche a un giudizio più critico del proprio corpo.
Ma se il problema fosse più profondo? E se i social media non influenzassero soltanto il modo in cui valutiamo il nostro corpo, ma anche il modo in cui costruiamo il senso di chi siamo?
Il dossier
È la domanda da cui nasce il nuovo studio che ha esplorato un aspetto finora quasi completamente trascurato: il rapporto tra l'uso di Instagram e i processi che permettono al cervello di riconoscere il proprio volto come appartenente a sé stessi. Il corpo non è infatti soltanto un'immagine da guardare. Ogni giorno il cervello integra continuamente informazioni provenienti dall'interno del corpo (come il battito cardiaco, la posizione degli arti e le sensazioni viscerali) con informazioni provenienti dall'ambiente esterno, ovvero ciò che vediamo e tocchiamo. Da questa integrazione nasce una sensazione apparentemente scontata ma fondamentale: la certezza che quel corpo sia il nostro corpo e che esistiamo come individui distinti dagli altri.
Le neuroscienze mostrano che questi processi rappresentano uno dei fondamenti dell'identità personale. Quando funzionano correttamente, contribuiscono alla regolazione emotiva, alla consapevolezza di chi siamo e alla sensazione immediata che il nostro corpo ci appartenga. Quando si alterano, può diventare più difficile sentirsi pienamente “a casa” nel proprio corpo, riconoscere con chiarezza i propri stati interni e mantenere una distinzione stabile tra sé e gli altri. Per questo motivo, alterazioni di questi meccanismi sono considerate un fattore di vulnerabilità per diverse condizioni cliniche, tra cui i disturbi alimentari o dissociativi.
Il team
Il team ha coinvolto 95 giovani adulti, uomini e donne, con un'età media di 26 anni e una storia di quasi otto anni di utilizzo di Instagram. I partecipanti sono stati sottoposti in realtà virtuale a delle esperienze note come illusioni corporee. Attraverso la sincronizzazione di ciò che una persona vede e di ciò che sente sul proprio corpo, queste procedure possono temporaneamente indurre la sensazione che il volto o il corpo di un'altra persona appartenga a sé stessi. Utilizzate da anni nelle neuroscienze, le illusioni corporee permettono di studiare quanto siano solidi i confini che separano il sé dagli altri e che ci consentono di riconoscere il nostro corpo come “nostro”. La facilità con cui una persona sperimenta queste illusioni rappresenta quindi un indicatore di quanto sia malleabile e plastica l'identità corporea dell'individuo.
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