L’unico modo per ricordare è dimenticare
L’ultimo, intensissimo romanzo della scrittrice sinocanadese Madeleine Thien racconta la storia di chi è intrappolato tra lo struggimento di un passato che non vuole passare e un futuro tanto desiderato da rendere impossibile vivere il presente
di Lara Ricci
4' di lettura
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«L’unico modo di ricordare è dimenticare, lasciare che il tempo riempia la storia e la ricrei daccapo». Così dice un uomo che sta per morire alla figlia Lina, convinta di potersi imprimere nella memoria quel che il padre Wui aveva vissuto e solo ora le aveva raccontato: l’unica vera eredità che le lasciava, l’eredità che non si può rifiutare.
Da anni i due erano bloccati in un luogo enigmatico chiamato il Mare, una città di rovine, un alveare che mutava ogni giorno sul bordo di un oceano dove, senza preavviso, comparivano barche all’orizzonte e tutte, o quasi, le persone di passaggio che abitavano quell’effimero avamposto si riversavano sulla spiaggia per farsi portare in altri luoghi, luoghi di cui al momento di partire non conoscevano neanche il nome. «Avevano il terrore di essere lasciati indietro. Molte notti ero rimasta sveglia a seguire le luci delle lanterne che oscillavano nell’eternità mentre la gente veniva traghettata fino alle navi più grandi».
È Lina la voce narrante del Libro dei ricordi, capolavoro della scrittrice canadese di origine cinese, malese e hongkonghese Madeleine Thien. Ormai cinquantenne, la donna racconta quando, a sette anni, era approdata a quel porto con Wui, ma senza il resto della famiglia: la madre, il fratello e la zia che aveva cresciuto il padre, rimasto orfano in seguito a quello che a lungo è definito un tragico errore. Lo racconta con minimi dettagli, ricostruendo un luogo e una vicenda dai contorni fluttuanti, slabbrati, che potrebbe essere ambientata in questo secolo come in quello passato o ancora precedente. Unico indizio ad ancorarci al presente o a un futuro prossimo la passata professione del padre, che in Cina aveva gestito le strutture del cyberspazio: «Aveva lavorato come ingegnere per il governo e, in seguito, contro di esso. Non parlava mai di mia madre, mia zia o mio fratello. Mi ripeteva invece che l’esilio era una fortuna perché ci eravamo liberati da un impero in rovina, una sala degli specchi in cui persone perbene potevano tradire sé stesse senza neanche saperlo. “D’ora in avanti” amava dire “neanche un’ora andrà sprecata. Apparteniamo a un mondo nuovo”».
E invece erano lì da anni, in quel mondo di mezzo, bloccati dalla malattia paterna o forse - come molti rifugiati - dallo struggimento di un passato che non vuole passare e da un futuro tanto sognato da rendere impossibile vivere il presente. «Lina, non ti agitare. Non sarai mai soddisfatta se non riesci a distinguere quello che desideri da quello che è in realtà. Questo mondo non è come lo vorresti, questo mondo è più di quel che possiamo lontanamente immaginare, e a volte penso che sia più di quel che meritiamo» le dice il suo omissivo padre con una delle frasi enigmatiche che spesso pronunciano i personaggi di un libro intensissimo, fortemente simbolico e polisemico, e che paiono suggerire che molti dei fatti narrati siano esasperate metafore dell’esistenza.
«In attesa del ritorno, non eravamo ancora pronti ad affrontare un nuovo inizio» osserva Lina. Era allora impaziente di partire e allo stesso tempo di sapere cosa ne era stato di sua madre e suo fratello. Divenuta adolescente «ogni sera al crepuscolo si rifugiava in un angolo seminascosto, dove tra gli edifici si alzava un po’ di brezza. Prima che tutti i contorni delle cose diventassero neri, le montagne si orlavano d’oro. Per pochi istanti anche il filo spinato si dissolveva. Arrivavano fin lì i rumori della strada. Campanelli di bicicletta, canti, frammenti di conversazione. Fuori dal campo la routine proseguiva mentre al suo interno il tempo si tendeva fino a spezzarsi».








