Il futuro del retail

L’ultimo miglio delle emozioni: i negozi fisici

Sopravvissuti alla rivoluzione digitale, i punti vendita si trasformano in luoghi di esperienza, servizio e consulenza dove si gioca una parte crescente della competizione tra marche

di Giampaolo Colletti e Fabio Grattagliano

(Adobe Stock)

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Un salto da guinness dei primati, e non solo per il campione coinvolto. Perché per la prima volta una marca legata alla grande distribuzione decide di raccontarsi mettendo in scena i suoi prodotti. La nuova campagna di Lidl propone uno speciale salto di Armand “Mondo” Duplantis, astista svedese con cittadinanza statunitense, due volte campione olimpico e tre volte campione mondiale. L’atleta salta un muro alto 5,50 e largo 12 metri realizzato con una parete di tremila prodotti.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Ibridazione di mondi

Benvenuti nel marketing di prossimità che bussa alle porte dei brand e li costringe a ricalibrare le proposte tra tecnologie che migliorano l’esperienza del cliente e la fisicità del negozio che restituisce concretezza. Così tra intelligenze artificiali pervasive e dematerializzazione delle esperienze, si vira verso la fisicità. Packaging da toccare, da scartare, soprattutto da acquistare di persona. Nel tempo della conversazione continua, il punto vendita amplifica la relazione e il business. Il negozio smette di essere ultimo miglio logistico e diventa ultimo miglio relazionale.

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Secondo Mordor Intelligence il mercato dei software POS – ossia point of sales, quindi punto vendita – raggiungerà il valore di 32,3 miliardi di dollari entro il 2031. Gli investimenti si concentrano su strumenti che rendono il negozio personalizzato: digital signage, self-scanning, chioschi digitali, sistemi di CRM integrati, AI e soluzioni omnicanali. Tre sono le direttrici: semplificare l’esperienza d’acquisto, consolidare la relazione tra brand e consumatore, aumentare la componente di intrattenimento.

Per gli Osservatori del Politecnico di Milano in Italia il 46% dei top retailer ha già integrato l’intelligenza artificiale per personalizzare offerte, ottimizzare assortimenti, supportare il personale e migliorare la customer experience. Il salto vero però sarà in negozio: self scanning intelligente, raccomandazioni contestuali, in-store programmatic e misurazione degli effetti a cassa.

«La morte del negozio fisico è stata raccontata più di quanto sia avvenuta. In Italia l’e-commerce vale circa il 13% dei consumi retail: significa che quasi l’87% resta fisico, con differenze enormi per categoria. Il punto vendita non ritorna perché era già il centro della relazione, solo che molti lo hanno trattato come un costo. Il paradosso è che spesso il brand si sceglie davanti allo scaffale, non prima», afferma Lucio Lamberti, professore di marketing alla Polimi School of Management e direttore scientifico del Behavioral Research in Immersive Environment Lab del Politecnico di Milano. «Emergono tre evidenze. Primo: il fisico resta dominante ma la rete si contrae. Secondo: cresce l’investimento digitale dei retailer, arrivato al 4,7% del fatturato. Terzo: il negozio non è più solo luogo di transazione, ma un nodo operativo, relazionale e informativo dentro un sistema ibrido», precisa Lamberti.

La sfida dell’integrazione

Ma la partita non vede contrapposti i due schieramenti online e offline, bensì alleati sullo stesso campo da gioco diventato ibrido per necessità. «Dopo anni di centralità dell’e-commerce, il negozio fisico resta strategico per relazione, servizio ed esperienza diretta. Oggi la sfida è integrare nello store le migliori logiche del digitale: semplicità, personalizzazione e continuità del percorso d’acquisto. È l’approccio di Alkemy Group con progetti come Iconic Smart Cart, che avvicina l’esperienza seamless dell’e-commerce alla ricchezza dello store: meno frizioni e checkout più fluido», afferma Duccio Vitali, Ceo di Alkemy Group.

Per anni il software del punto vendita è stato percepito come componente tecnica, mentre oggi è asset strategico. «La qualità della customer experience dipende dalla capacità di orchestrare in tempo reale dati, processi e touchpoint. Lo store non è più un canale isolato, ma parte di un ecosistema che dialoga con e-commerce, CRM e loyalty. I grandi player entreprise non hanno mai presidiato questo spazio: troppa specificità locale, fiscalità differente, processi non standardizzabili. Oggi i modelli frammentati cedono il passo a piattaforme integrate, a player che uniscono tecnologia e conoscenza del retail italiano», conclude Vitali.

Il valore dell’opti-canalità

Intanto le insegne stanno trasformando i loro punti vendita in luoghi di intrattenimento. Ikea entra nei quartieri urbani con format digitali leggeri. Walmart trasforma il punto vendita in hub omnicanale che connette inventario, logistica e relazione. 7-Eleven utilizza dati e AI per adattare l’offerta alle esigenze di ogni comunità locale per un’esperienza personalizzata. Nel negozio Burberry di Shenzhen sviluppato con Tencent ogni interazione fisica genera relazioni attraverso WeChat: il cliente prenota, scopre prodotti, partecipa a esperienze. Un modello pionieristico di social retail. A Copenaghen c’è Son of a Tailor, una sartoria guidatadagli algoritmi: produce capi su misura grazie a modelli algoritmici. Ha aperto spazi fisici dove il cliente viene misurato, consigliato e accompagnato nella personalizzazione. Così la tecnologia eliminagli sprechi e aumenta la relazione individuale.

«Il negozio è sempre stato un medium, ma la filiera ha scelto di monetizzare dove era più comodo: canali intermediati, metriche familiari, rendite consolidate. Così si è costruita un’ossessione per l’e-commerce, che vale meno di un settimo del mercato. La partita vera è portare dati, contenuti e misurazione dentro il negozio, dove la decisione d’acquisto avviene davvero. La direzione è l’opti-canalità: scegliere il canale migliore per quello specifico cliente, in quel momento, per quella missione d’acquisto ed essere perfetti nell’erogazione del servizio», dice Lamberti.

Altro che frictionless, ossia esperienza senza attrito. «La frizione più sottovalutata è l’identificazione tardiva: spesso il cliente si logga in negozio solo in cassa, quando ormai la spesa è finita. Se il retailer aiuta a scegliere grazie alla propria competenza e alla conoscenza del cliente, allora si riscopre il valore insostituibiledel commercio di prossimità», dice Lamberti. Nell’era conversazionale il consumatore si aspetta continuità.

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