Tra emancipazione digitale e difesa dei diritti
di Paolo Benanti
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Quando nel giugno del 2014 i fratelli Michele e Giovanni Gervasoni – terza generazione alla guida dell’omonima azienda di arredamento di Udine – cominciarono a cercare investitori attraverso cui far fare un deciso cambio di passo allo sviluppo della propria società, non potevano immaginare quanto lontano sarebbe andato il loro progetto, condiviso allora con Fabio Sattin, Paolo Colonna e un gruppo di soci. Un anno dopo, nel 2015, debuttava sul mercato Italian Design Brands (IDB), annunciato come il nuovo polo italiano del design di alta gamma, in un periodo in cui l’industria dell’arredamento registrava diversi movimenti nella stessa direzione, ovvero la concentrazione di piccole ma prestigiose ed eccellenti aziende all’interno di gruppi più strutturati dal punto di vista manageriale e finanziario, con alle spalle i capitali solidi di investitori e fondi.
«Avevamo avuto diverse offerte, anche superiori economicamente – racconta Giovanni, il maggiore dei due fratelli, nonché presidente dell’azienda – ma abbiamo scelto Sattin e Colonna, perché il loro progetto era in linea con quello che avevamo in mente noi. Sono sempre le persone, alla fine, a fare la differenza».
Da allora ne hanno fatta di strada, insieme, la Gervasoni e Italian Design Brands, che a maggio dello scorso anno si è quotata in Borsa su Euronext Milan e lo scorso marzo ha cambiato nome in Dexelance. Il gruppo – controllato al 51% dalla Tamburi Investment Partners di Giovanni Tamburi – conta oggi in portafoglio ben 11 società e ha raggiunto nel 2023 un fatturato di 287,4 milioni di euro, che salgono a 310,8 consolidando le acquisizioni finalizzate lo scorso anno, con un incremento del 16,6% rispetto all’anno prima. Anche Gervasoni ha seguito questo trend, spiega Michele Gervasoni, amministratore delegato: sebbene il 2023 abbia segnato per l’industria del mobile nel suo complesso una battuta d’arresto dopo il biennio straordinario 2021-2022, l’azienda ha registrato un fatturato record, raggiungendo circa 38 milioni di euro (+55% rispetto al 2019), con un Ebitda attorno al 20%. E anche il primo trimestre del 2024 ha confermato questo andamento positivo.
Merito, spiegano i due fratelli, di alcune scelte strategiche attuate negli ultimi anni. In particolare, spiega Michele, l’operazione avviata nel 2020 per creare una divisione separata dedicata alla collezione outdoor, che fino ad allora era invece un “di cui” della proposta generale, con un proprio catalogo di tessuti e attività di comunicazione e presentazione separate. «Questo ci ha permesso di essere percepiti dal mercato, professionisti, distributori e utenti, come marchio specializzato nell’arredo per esterni, posizionandoci tra le 10-15 principali aziende italiane specialiste nel settore».
La seconda scelta è stata, nel 2021, quella di cambiare l’art direction, affidata sin dal 1998 a Paola Navone, che era anche la designer esclusiva dell’azienda, e portarla all’interno dell’azienda, aprendo anche al contributo di nuovi designer. «La collaborazione con Paola Navone, che continua, ci ha dato moltissimo e ha permesso a Gervasoni di creare in oltre 20 anni un’immagine definita e riconoscibile nel mondo – aggiunge l’imprenditore –. Ma per ampliare il target di clientela abbiamo deciso di avviare alcune nuove collaborazioni, sia per le collezioni indoor, sia per quelle outdoor, per proporre oggetti che rispecchino lo stile Gervasoni, ma introducendo nuove chiavi di lettura nei materiali e nel design». Il cambio di rotta sull’outdoor ha portato a risultati immediati: basti pensare che nel 2023 il fatturato generato da questo segmento è aumentato del 50% (rispetto al 2020), arrivando a rappresentare ormai un quarto dei ricavi complessivi. Il cambio nell’art direction era invece un’operazione più complessa e forse anche un rischio ma, assicura Michele Gervasoni, «ha funzionato: dopo tre anni di lavoro, il mercato ha apprezzato questo cambiamento e la capacità di averlo attuato mantenendo le radici del marchio».