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L’italica arte d’aggirare la verità

La mostra “Tragicomica: Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento” è al Maxxi fino al 20 settembre

di Giuseppe Fantasia

3' di lettura

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Nella tradizione italiana, il tragicomico non è un semplice registro stilistico ma vera postura dello sguardo, una modalità di attraversamento dell’esperienza che predilige la deviazione all’enfasi e l’incrinatura alla compiutezza. Dalla Divina Commedia - che già nel titolo rifiuta la caduta irreparabile della tragedia per orientarsi verso un esito più prospero - fino alle declinazioni novecentesche, si riconosce una costante riluttanza alla solennità assoluta, sostituita da una forma di intelligenza capace di accogliere il dramma senza consegnarvisi interamente. Come ha osservato Giorgio Agamben, si tratta di «un’intenzione anti-tragicache attraversa la cultura nazionale come un basso continuo, più che come una categoria dichiarata» (Categorie italiane, 1996).

Museo MAXXI di Roma

È su questo sfondo che si colloca Tragicomica, la mostra allestita al Museo MAXXI di Roma e curata da Andrea Bellini e Francesco Stocchi. L’ambizione non è quella di fissare un canone, quanto piuttosto di articolare una costellazione, un insieme di opere e di posizioni che, accostate per risonanza più che per successione cronologica, restituiscono la trama discontinua dell’arte italiana dal secondo dopoguerra a oggi. Ne emerge una narrazione laterale, refrattaria alle sistemazioni lineari, in cui il comico non attenua il tragico ma lo disloca, esponendola a una luce meno frontale.

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L’incipit, affidato a Lucio Fontana è, sotto questo aspetto, esemplare. Il doppio enunciato – “Io sono un santo” e “Io sono una carogna” – introduce una dissonanza che sembra propagarsi lungo l’intero percorso. Non vi è sintesi, ma coabitazione di contrari, secondo una logica che sospende ogni pretesa di coerenza univoca.

Tragicomica: l’arte dal secondo dopoguerra in mostra al Maxxi

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In filigrana si avverte una prossimità ideale con l’intuizione di Friedrich Nietzsche: «Abbiamo l’arte per non perire a causa della verità». Qui, tuttavia, la verità non viene né negata né sublimata, ma aggirata, sfiorata per via indiretta, come se solo uno scarto potesse renderla abitabile.

Non sorprende allora che figure come Piero Manzoni o Maurizio Cattelan emergano come nodi centrali. Nel primo, Merda d’artista continua a funzionare come un dispositivo di slittamento semantico, capace di destabilizzare ogni gerarchia di valore. Nel secondo, opere come La Nona ora o Novecento insistono su una teatralità sospesa dove l’irriverenza si accompagna ad una vena malinconica, quasi a segnalare l’impossibilità di una rottura definitiva.

La scelta curatoriale di evitare una scansione cronologica produce accostamenti talvolta spiazzanti, ma fecondi. Il dialogo tra le architetture percettive di Gianni Colombo e le atmosfere straniate di Chiara Fumai, o tra le accumulazioni organiche di Giuseppe Penone e le costruzioni linguistiche di Tomaso Binga, suggerisce una continuità tonale, fondata su affinità di gesto e di sguardo.

Particolarmente convincente è la sezione dedicata al linguaggio, dove parola e corpo si intrecciano in una sequenza che evita tanto il didascalismo quanto l’autoreferenzialità. Qui l’ironia si configura come una forma di esitazione, come un modo di trattenere il senso mantenendolo in una condizione di instabilità controllata. Resta, sullo sfondo, una questione non eludibile: il tragicomico e’ davvero una specificità italiana o piuttosto una costruzione critica, un filtro capace di organizzare materiali eterogenei secondo una coerenza retrospettiva? La mostra non tenta di risolvere il problema, e proprio in questa sospensione trova la propria misura. Più che offrire una sintesi, Tragicomica suggerisce una postura.

Tragicomica: Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi

Fondazione MAXXIRoma - Via Guido Reni - maxxi.art

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