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L’Italia che attrae grandi patrimoni e talenti

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La competizione fiscale internazionale per attrarre nuovi residenti è ormai una realtà consolidata. Dai regimi riservati ai pensionati agli incentivi per il rientro dei cervelli, fino alle misure dedicate agli individui ad elevata capacità patrimoniale (i cosiddetti High Net Worth Individuals), cresce il numero dei Paesi che utilizza il fisco come leva per attrarre capitale umano e finanziario. Accanto alle giurisdizioni tradizionalmente a fiscalità di vantaggio — come Emirati Arabi Uniti e Principato di Monaco — anche molti ordinamenti a fiscalità ordinaria hanno introdotto strumenti dedicati. La Grecia offre ai neo-residenti una flat tax di 100.000 euro annui sui redditi esteri per quindici anni, subordinata a un investimento minimo di 500.000 euro. La Svizzera, invece, tassa gli stranieri facoltosi sulla base del dispendio, commisurato al tenore di vita e comunque non inferiore a 400.000 franchi, senza però consentire loro di lavorare. Recentemente la Turchia è entrata nella partita globale dell’attrazione approfittando delle turbolenze nell’area mediorentale e offrendo 20 anni di esenzione fiscale sui redditi esteri a chi si trasferisce in tale Stato, a condizione che non fosse ivi fiscalmente residente per almeno i tre anni precedenti. E poi c’è l’Italia, che nell’ultimo decennio ha costruito un sistema diversificato di incentivi destinati a lavoratori impatriati, pensionati esteri, docenti e ricercatori. Ma è il regime dei neo-residenti, rivolto ai grandi patrimoni, a rappresentare la misura più competitiva italiana nel mercato internazionale della mobilità fiscale.

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Riservato a chi trasferisce la residenza fiscale in Italia dopo almeno nove degli ultimi dieci anni trascorsi all’estero, il regime assoggetta tutti i redditi prodotti fuori dall’Italia ad un’imposta sostitutiva di (soli) 300.000 euro l’anno — cifra triplicata negli ultimi due anni rispetto ai 100.000 euro iniziali — ed esonera gli asset esteri da IVIE, IVAFE e dall’imposta sulle successioni e donazioni. È estendibile ai familiari mediante il versamento di un’imposta di 50.000 euro per ciascuno, ha una durata massima di quindici anni e, a differenza del modello svizzero, consente ai beneficiari di lavorare, investire e fare impresa in Italia, generando così anche redditi ordinariamente imponibili nel Paese.

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I numeri confermano il successo della misura. Secondo «Towards Italy. L’Italia e l’attrazione di HNWI, manager e talenti» — il recentissimo studio Assonime che, per la prima volta, confronta il modello italiano con le principali esperienze internazionali e ne valuta l’impatto su conti pubblici ed economia — i beneficiari sono passati da 94 nel 2017 a 2.468 nel 2025, con 553 nuovi ingressi nell’ultimo anno. Quasi quattro su dieci provengono dal Regno Unito come ultima residenza fiscale, una quota cresciuta dopo l’abolizione, nel 2025, dello storico regime dei resident non-domiciled. Seguono Francia, Brasile, Stati Uniti e Svizzera; tra le cittadinanze prevalgono invece i francesi (15%) e gli italiani di ritorno (14%). Milano concentra oltre la metà dei beneficiari (52%), davanti a Roma (17%); seguono Firenze, Venezia e il Lago di Como. Più di un terzo appartiene alla categoria degli investitori privati, accanto a imprenditori, professionisti e operatori del venture capital e del private equity. Non sorprende, quindi, che molti dei neo-residenti extracomunitari abbiano scelto di trasferirsi in Italia attraverso un visto per investitori, introdotto nel 2017 per attrarre capitali internazionali nei settori strategici dell’economia. Il visto, subordinato a un investimento compreso tra 250.000 euro e 2 milioni di euro, completa la logica del regime dei neo-residenti: attrarre non solo contribuenti, ma anche capitali produttivi.

Ma quanto vale tutto questo per i conti pubblici? Secondo il recente studio sopra citato, tra il 2017 e il 2025 il regime ha generato oltre 1,3 miliardi di euro tra imposta sostitutiva, IRPEF sui redditi prodotti in Italia e gettito derivante dagli acquisti immobiliari. Guardando al futuro, la platea potrebbe raggiungere circa 7.000 contribuenti entro il 2040, con un impatto complessivo stimato in oltre 20 miliardi di euro di nuove entrate fiscali nei prossimi quindici anni.

Un punto degno di nota: quasi un beneficiario su due ha acquistato un’abitazione nel Paese, per un valore medio di 3,8 milioni di euro. Si tratta, all’evidenza, di operazioni concentrate nella fascia più alta e ristretta del mercato: numeri difficilmente riconducibili all’aumento di valore degli appartamenti di 80 o 120 metri quadrati che alimenta le voci su una presunta “bolla” immobiliare milanese connessa ai nuovi facoltosi residenti. Su questi incrementi dei prezzi incidono semmai la rinnovata attrattività complessiva della città e, in passato, il diverso regime degli impatriati che, fino al suo ridimensionamento operato dal governo Meloni due anni, legava l’estensione del beneficio — da cinque a dieci anni — all’acquisto di un’abitazione.

I dati raccontano un fenomeno ormai strutturale: i neo-residenti rappresentano una fonte di gettito, investimenti e capitale umano qualificato. La competizione fiscale, però, non si gioca solo sul livello della tassazione. Per chi sceglie dove vivere e investire, la stabilità delle regole pesa quanto — se non più — della convenienza fiscale.

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