Palantir e i fondi scardinano la Difesa. Serve un modello di mercato alternativo
di Claudio Antonelli
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La cifra forse più inquietante della malattia di Alzheimer è che quando viene diagnosticato, è già troppo tardi. La memoria vacilla, i nomi sfuggono, i volti dei propri cari si confondono tra mille. Ma questo è solo l’epilogo della malattia. L’esordio, oggi lo sappiamo, è collocato molto più indietro nel tempo. E passa purtroppo in sordina.
Ma una nuova ricerca condotta da Dennis R. Tabuena e colleghi del Gladstone Institute of Neurological Disease (San Francisco, USA) e pubblicata su Nature Aging, getta nuova luce su questo inizio silenzioso. E lo fa seguendo le tracce di un protagonista ben noto della malattia di Alzheimer: la ‘variante’ ε4 del gene ApoE4, il più importante fattore di rischio genetico per l’Alzheimer (il 60-75% delle persone con questa malattia è portatore di questo gene).
Per una persona su quattro, l’ApoE4 fa parte del proprio DNA e pur non rappresentando una sentenza, aumenta in modo significativo il rischio di sviluppare l’Alzheimer. A complicare il quadro c’è che non agisce all’improvviso, come una bomba ad orologeria, in età avanzata. Questo studio, dimostra che la ‘miccia’ è molto lunga: ApoE4 comincia cioè a far danno molti anni prima, quando il cervello è ancora giovane e in apparenza perfettamente funzionante.
Negli animali da esperimento portatori di ApoE4, i ricercatori americani hanno osservato che l’ippocampo, il centro della memoria, è iperattivo. Quando ancora non ci sono ancora sintomi e nessuna perdita di memoria, sotto quest’apparenza di normalità, il cervello ha già cambiato modo di funzionare. E sono questi i cambiamenti che predicono quello che accadrà molti anni dopo, secondo gli autori dello studio.
E sembra un paradosso, perché siamo abituati a pensare che un cervello ‘attivo’, sia un cervello sano. In questo caso invece è vero il contrario. L’iperattività osservata a livello dell’ippocampo assomiglia più a un apparato elettrico sotto stress, ad un sovraccarico di tensione: funziona tutto, ma consuma troppo e troppo in fretta. E nel tempo, questo eccesso può logorare i circuiti cerebrali, rendendoli più vulnerabili al declino. L’idea alla base di questa nuova teoria insomma è che l’Alzheimer non affonderebbe le sue radici in un deficit, ma in un eccesso di attività.