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L’iperattività “brucia” il cervello? Nuova pista dietro il gene dell’Alzheimer

L’idea alla base di un nuovo studio è che la malattia non affonderebbe le sue radici in un deficit ma in un eccesso di attività a livello dell’ippocampo

di Maria Rita Montebelli

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La cifra forse più inquietante della malattia di Alzheimer è che quando viene diagnosticato, è già troppo tardi. La memoria vacilla, i nomi sfuggono, i volti dei propri cari si confondono tra mille. Ma questo è solo l’epilogo della malattia. L’esordio, oggi lo sappiamo, è collocato molto più indietro nel tempo. E passa purtroppo in sordina.

Ma una nuova ricerca condotta da Dennis R. Tabuena e colleghi del Gladstone Institute of Neurological Disease (San Francisco, USA) e pubblicata su Nature Aging, getta nuova luce su questo inizio silenzioso. E lo fa seguendo le tracce di un protagonista ben noto della malattia di Alzheimer: la ‘variante’ ε4 del gene ApoE4, il più importante fattore di rischio genetico per l’Alzheimer (il 60-75% delle persone con questa malattia è portatore di questo gene).

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Per una persona su quattro, l’ApoE4 fa parte del proprio DNA e pur non rappresentando una sentenza, aumenta in modo significativo il rischio di sviluppare l’Alzheimer. A complicare il quadro c’è che non agisce all’improvviso, come una bomba ad orologeria, in età avanzata. Questo studio, dimostra che la ‘miccia’ è molto lunga: ApoE4 comincia cioè a far danno molti anni prima, quando il cervello è ancora giovane e in apparenza perfettamente funzionante.

Negli animali da esperimento portatori di ApoE4, i ricercatori americani hanno osservato che l’ippocampo, il centro della memoria, è iperattivo. Quando ancora non ci sono ancora sintomi e nessuna perdita di memoria, sotto quest’apparenza di normalità, il cervello ha già cambiato modo di funzionare. E sono questi i cambiamenti che predicono quello che accadrà molti anni dopo, secondo gli autori dello studio.

Troppa attività non è una buona notizia

E sembra un paradosso, perché siamo abituati a pensare che un cervello ‘attivo’, sia un cervello sano. In questo caso invece è vero il contrario. L’iperattività osservata a livello dell’ippocampo assomiglia più a un apparato elettrico sotto stress, ad un sovraccarico di tensione: funziona tutto, ma consuma troppo e troppo in fretta. E nel tempo, questo eccesso può logorare i circuiti cerebrali, rendendoli più vulnerabili al declino. L’idea alla base di questa nuova teoria insomma è che l’Alzheimer non affonderebbe le sue radici in un deficit, ma in un eccesso di attività.

Andando a osservare ancora più in dettaglio, gli autori dello studio hanno scoperto un altro indizio importante. Nei cervelli dei soggetti portatori di Apoe4, alcuni neuroni sono più piccoli del normale.

Una dettaglio quasi invisibile, che fa una differenza enorme. Perché un neurone più piccolo è anche più “nervoso”, più eccitabile. Si attiva più facilmente, risponde più rapidamente agli stimoli. E questo genera una rete che non si spegne mai, che resta sempre accesa. Troppo.

I colpevoli non sono le cellule “di supporto” ma i neuroni

Per anni, gli scienziati hanno pensato che il problema venisse dalle cellule di supporto del cervello, gli astrociti. Ma questa ricerca lo smentisce. L’Alzheimer sembra originare dagli stessi neuroni. I ricercatori hanno infatti osservato che andando ad eliminare il gene ApoE4 dai neuroni, tutto si normalizzava. Togliendolo dalle altre cellule, non cambiava praticamente nulla. E questo è un vero cambio di paradigma: i neuroni non subiscono il danno. Lo provocano loro stessi, lentamente, nel corso degli anni.

Il possibile ‘colpevole’ della storia, la mano armata dal gene ApoE4 si chiama Nell2 ed è una proteina più abbondante nei neuroni con ApoE4. Nell2 sembra orchestrare l’intero processo, provocando la formazione di neuroni più piccoli e più eccitabili e generando uno squilibrio nei circuiti elettrici.

A questo punto i ricercatori hanno provato a ridurre i livelli di Nell2 (mediante CRISPR, una tecnica di editing genetico mirato) negli animali da esperimento (topi adulti) e questo ha provocato l’inversione totale di questo processo con destinazione Alzheimer. I ‘difetti’ alla base della patologia non sono stati rallentati o limitati. Sono stati addirittura invertiti. E questo apre ad una speranza enorme, quasi troppo bella per essere vera: il danno che si osserva nel cervello di un soggetto con Alzheimer potrebbe non essere un viaggio a senso unico, definitivo e irrevocabile.

Una nuova idea di Alzheimer e nuovi target terapeutici

Da sempre, la malattia di Alzheimer è stata raccontata come una malattia della perdita: neuroni che muoiono, ricordi che svaniscono. Ma questa ricerca suggerisce qualcosa di diverso. La malattia non parte con la perdita, ma con un eccesso di attività, una rete che lavora troppo. E la notizia è che questo processo potrebbe essere fermato o addirittura invertito, agendo per tempo.

Certo, si tratta di uno studio su modelli animali, quindi la prudenza nel trarre conclusioni da applicare all’uomo è d’obbligo. Ma questi risultati sono coerenti con quanto è stato finora osservato negli esseri umani. Il prossimo passo consisterà dunque nel capire se intervenire su Nell2 o su meccanismi correlati, possa avere successo anche nell’uomo. Una comprensione più approfondita di questi meccanismi potrebbe aprire la strada a terapie mirate, capaci di contrastare i danni legati alla variante ApoE4 nella malattia di Alzheimer. Se così fosse, sarebbe una rivoluzione e consentirebbe di riscrivere il finale della storia, molto prima di arrivare all’ultima pagina.

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