L’intelligenza artificiale tra responsabilità, creatività, etica e Platone
L’evoluzione dell’Ia ci spinge a riflettere su che cosa ci contraddistingue dagli algoritmi e sulla nostra responsabilità nell’apprendimento reciproco
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Ci chiediamo se “i cosi”, come Luca Mari chiama i chatbot, pensano, ma dovremmo chiederci come pensiamo noi e che cosa ci contraddistingue da loro. Un tempo pensavamo di essere contraddistinti dalla forza fisica, spiega Alessandro Giordani, ma dalla ruota in poi abbiamo scoperto che le macchine sono più forti. Allora abbiamo pensato che ci contraddistinguesse il pensiero, magari espresso in parole, pronunciate e poi scritte. Ora c’è qualcosa che dialoga con noi, nella nostra lingua ed esprimendo pensieri simili ai nostri: cosa ci resta? La responsabilità, non è poco ed era il tema de L’intelligenza artificiale di Dostoevkij, primo libro del Sole 24 Ore frutto degli stessi autori. “Ora i chatbot scelgono percorsi logici, uniscono i puntini, attuano il consiglio di docenti e genitori: pensa, prima di parlare”, dice Mari. Sono in grado di spiegarci come sono arrivati a una risposta. Serve un passo in più, è L’intelligenza artificiale di Platone, secondo libro della serie presentato ieri al Museo Diocesano di Trento, in una sala piena di domande. Non ci resta che studiare l’Ia per capire come apprende da noi – ed esserne consapevoli e responsabili – e come noi possiamo imparare dall’Ia a migliorarci, delegando tutto ciò che non ci contraddistingue per dedicarci a tutto ciò che ci contraddistingue: creatività ed etica. Peraltro abbiamo un Papa che si chiama come il Leone della rivoluzione industriale perché sa che c’è una nuova grande rivoluzione economica, sociale, culturale e antropologica, ricorda Giordani. In più è un matematico, sottolinea Mari, il che aiuta. Mari insegna alla Liuc scienza della misurazione e Giordani in Cattolica logica e filosofia della scienza. Fanno ricerca assieme. Questa è già una risposta platonica alla domanda: che cos’è l’Ia?




