Tecnologia

L’intelligenza artificiale corre veloce, ma lascia indietro metà del mondo

Il nuovo report di Microsoft fotografa una rivoluzione tecnologica a due velocità: 1,2 miliardi di utenti in tre anni, ma quattro miliardi di persone ancora escluse. L’Italia al 25,8%, sopra la media globale ma distante dai leader europei

di Marco Trabucchi

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L’intelligenza artificiale è ufficialmente la tecnologia con la diffusione più rapida della storia umana: in meno di tre anni ha raggiunto 1,2 miliardi di utenti. È un ritmo di adozione senza precedenti: più rapido dello smartphone, del computer domestico e della stessa internet. A certificarlo è il primo AI Diffusion Report pubblicato dal Microsoft AI Economy Institute, che analizza la penetrazione dell’AI in oltre 100 paesi attraverso tre dimensioni: chi sviluppa i modelli più avanzati (Frontier builders), chi possiede l’infrastruttura computazionale (Infrastructure builders) e dove l’AI viene effettivamente utilizzata (Users).

Il quadro che emerge è di una rivoluzione tecnologica a due velocità. Nel Nord globale, l’adozione dell’AI è circa il doppio rispetto al Sud del mondo. Mentre Emirati Arabi (59,4%), Singapore (58,6%) e Norvegia (45,3%) guidano la classifica mondiale mentre metà della popolazione globale – quattro miliardi di persone – manca ancora dei requisiti fondamentali per accedere all’intelligenza artificiale: elettricità affidabile, connessione internet, competenze digitali di base.

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L’adozione dell’AI e la posizione dell’Italia

L’IA non è una novità relegata a tecnici e startup: è già entrata nelle routine quotidiane di un lavoratore su quattro in molti Paesi avanzati. Con un tasso di adozione del 25,8% della popolazione in età lavorativa, l’Italia si posiziona leggermente sopra la media del Nord globale (23%) e in linea con Stati Uniti (26,3%) e Germania (26,5%). Tuttavia, il gap con i vicini europei resta significativo: Francia (40,9%), Spagna (39,7%) e Regno Unito (36,4%) mostrano tassi di penetrazione decisamente superiori, trainati da investimenti pubblici, infrastrutture solide e tassi di digitalizzazione già elevati.

Il report evidenzia come il successo nell’adozione non richieda necessariamente lo sviluppo di modelli proprietari. Solo sette paesi al mondo – Stati Uniti, Cina, Francia, Corea del Sud, Regno Unito, Canada e Israele – ospitano organizzazioni che creano modelli AI di frontiera. L’esempio di Singapore, che raggiunge tassi di adozione del 58,6% senza sviluppare modelli propri, dimostra come investimenti mirati in infrastrutture, formazione e politiche coordinate possano accelerare la diffusione anche in assenza di capacità di ricerca avanzata.

La concentrazione del potere computazionale

L’infrastruttura necessaria per l’AI rimane fortemente centralizzata. Stati Uniti e Cina controllano insieme l’86% della capacità globale dei data center, con gli USA che guidano con 53,7 gigawatt, seguiti dalla Cina con 31,9 GW. L’Europa nel suo complesso raggiunge appena i 11,9 GW, con l’Unione Europea che rappresenta solo una frazione della capacità computazionale globale.

Questa concentrazione crea barriere significative per i paesi che vogliono partecipare alla rivoluzione dell’AI.

Il report identifica cinque “building blocks” essenziali: 1) elettricità; 2) data center; 3) connettività internet; 4) competenze digitali; 5) lingua. Quest’ultimo aspetto è particolarmente critico: mentre l’inglese domina i dataset di addestramento con oltre il 50% dei contenuti web, le 7.000 lingue parlate nel mondo sono largamente assenti dai modelli AI, limitando l’accesso per miliardi di persone.

Le lezioni dalla storia

Microsoft cita l’esempio storico di Corea del Sud e Filippine per illustrare l’importanza dell’adozione tecnologica. Nel 1960, entrambi i paesi avevano un PIL pro capite di circa 2.000 dollari. Ma mentre la Corea ha abbracciato strategicamente l’industrializzazione e la tecnologia dei semiconduttori attraverso partnership pubblico-private, le Filippine sono rimaste indietro. Oggi il divario è abissale: la Corea del Sud è una potenza tecnologica globale.

Per l’Italia, il tema è doppio. Da un lato il Paese mostra una buona propensione all’adozione: le imprese del terziario e dei servizi stanno sperimentando strumenti generativi per la produttività, mentre università e centri di ricerca accelerano sulla formazione. Dall’altro, emergono due criticità: la carenza di competenze digitali e la lentezza nell’espansione dell’infrastruttura cloud nazionale.

Senza questi elementi, l’IA rischia di restare un utilizzo prevalentemente individuale, non un fattore di trasformazione sistemica. Come sottolinea il report, “il divario che si sta creando oggi definirà chi beneficerà dell’AI per i decenni a venire”.

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