L’inquinamento acustico minaccia la salute
Non solo smog: anche il rumore mette a rischio l’ambiente urbano e servono strategie ad hoc
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I punti chiave
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Quando si parla di aria inquinata il pensiero corre allo smog. Ma la sostenibilità dell’ambiente urbano ha anche una componente meno visibile e spesso sottovalutata: il rumore. Tra traffico, rotaie e rotte aeree, l’inquinamento acustico, soprattutto da trasporti, è oggi uno dei principali rischi ambientali per la salute in Europa come spiega anche l’ultimo rapporto Environmental noise in Europe 2025 dell’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) aggiornato allo scorso settembre. La stima parla chiaro: oltre 112 milioni di persone – più di un cittadino su cinque – sono esposte nel lungo periodo a livelli nocivi. Se si applicano le soglie più restrittive raccomandate dall’Organizzazione mondiale della sanità, la platea sale a circa 150 milioni, oltre il 30% della popolazione. La fonte dominante resta la strada: circa 92 milioni di persone esposte, contro 18 milioni per la ferrovia e 2,6 milioni per il traffico aereo. Sul rumore aeroportuale nello specifico, nei 98 principali aeroporti europei, secondo l’Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza aerea (Easa), 3,4 milioni di persone vivono con livelli di rumore pari o superiori a 55 db Lden (l’indicatore medio sulle 24 ore) e 1,6 milioni risultano esposte a oltre 50 eventi al giorno sopra i 70 db. Le linee guida dell’Oms sottolineano che già tra 30 e 40 db aumentano risvegli e disturbi del sonno, mentre oltre 55 db il problema diventa rilevante per la sanità pubblica.
Le stime europee
Il rumore infatti non produce solo fastidio, ma può avere ripercussioni significative sulla salute. L’Eea stima infatti che nel 2021 l’esposizione prolungata al rumore dei trasporti sia stata associata a 66mila morti premature, 50mila nuovi casi di malattie cardiovascolari e 22mila nuovi casi di diabete di tipo 2, con una perdita complessiva di oltre 1,3 milioni di anni di vita in buona salute (tra decessi anticipati e anni vissuti con malattia). Sul piano economico, poi, il conto supera i 95 miliardi di euro l’anno, circa lo 0,6% del Pil europeo.
Le soluzioni
«La popolazione è ancora lontana dalla piena consapevolezza che l’inquinamento acustico costituisca uno dei principali rischi ambientali per la propria salute», osserva Ilaria Oberti, docente del Dipartimento di Architettura, ingegneria delle costruzioni e ambiente costruito (Dabc) del Politecnico di Milano e responsabile dell’Indoor Quality & Ergonomics Lab. «Si tende ad abituarsi al rumore, a normalizzarlo, fino a considerarlo inevitabile», spiega l’esperta. Per questo, avverte, i numeri vanno letti come prudenziali. «Restituiscono solo la parte più facilmente misurabile: se si includessero tutte le sorgenti, si adottassero le soglie Oms e si conteggiassero anche patologie emergenti, la cifra reale sarebbe più elevata».
Nelle stime Eea l’Italia ha purtroppo una posizione non marginale: oltre 10mila morti premature l’anno attribuibili al rumore da trasporti. «Il problema è la disomogeneità, con un quadro normativo in linea e un’applicazione frammentata», nota Oberti. Soluzioni, in realtà, sono possibili, anche con importanti co-benefici come una migliore qualità dell’aria: riduzione della circolazione delle auto, velocità reali più basse, gestione dei flussi, manutenzione di strade e binari. «Agire sulla fonte che genera il rumore è la strategia migliore», sottolinea Oberti: elettrificazione del parco auto e asfalti fonoassorbenti possono spostare la curva dell’esposizione. A valle, però, progettazione architettonica e qualità dell’involucro edilizio aiutano a proteggere anche gli spazi interni», spiega la docente.
Intanto, finché il rumore resterà un tema di decoro e non di salute, la città rischia di perdere un pezzo di sostenibilità, tanto grave quanto lo smog. E il conto è collettivo.


