Quello che si pone, pertanto, è un tema di “high skill”, che non è solo italiano: da qui al 2025, infatti, in Europa serviranno 80 milioni di persone con competenze elevate per rispondere alle trasformazioni digitali in atto.
Si tratta di una sfida cruciale. Prendiamo, è un altro esempio, l’assistenza ai macchinari venduti. Fino a un po’ di tempo fa si andava in loco. Adesso molte attività si possono fare da remoto, proprio “interagendo” con i sensori delle macchine.
Dalla meccanica alla chimica il passo è breve. E anche qui il 4.0, sottolineano da Federchimica, sta contaminando il settore che già oggi può contare su una forza lavoro altamente qualificata (il 19% degli addetti è laureato, una quota quasi doppia della media manifatturiera e più del 40% degli operai è specializzato).
Le tecnologie digitali, nella nuova Chimica 4.0, coinvolgono tanto i processi produttivi, quanto l’impresa in generale. Sul fronte della ricerca, nella chimica, ad esempio, i cambiamenti più forti dovrebbero derivare dall’utilizzo dei Big Data. Emergeranno, quindi, nuove figure professionali dotate di specifiche competenze digitali (tra cui i Data Scientist). Accanto alle competenze digitali, questo processo di trasformazione richiederà anche competenze trasversali sociali-interpersonali per processi lavorativi meglio integrati e connessi.
Assumeranno rilevanza le soft skills: dalla creatività al problem solving, dalla capacità di lavorare in team multimediali all’autonomia/responsabilità nell’esecuzione degli incarichi. Da Federchimica - ma il tema è trasversale per tutto il settore industriale - auspicano poi una «necessaria riflessione» sulla formazione tecnica, centrale nel comparto dove gli aspetti “tecnico-pratici” sono fondamentali e i “periti” vengono, da sempre considerati come uno dei fattori di successo dell’azienda. L’esigenza, in sintesi, è di rilanciare questo segmento formativo; e di scommettere sulla formazione continua, intesa ormai ovunque come un diritto e, al tempo stesso, un dovere per il lavoratore.