L’India e l’illusione della sovranità digitale: l’asimmetria tecnologica che interroga l’Europa
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I punti chiave
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Il sipario è calato sul Bharat Mandapam e si è chiuso l’India AI Impact Summit 2026: cinque giorni di annunci, fotografie di gruppo tra Altman, Amodei e Modi, e qualche inevitabile caos organizzativo. Tra questi, un robot presentato come prodotto dell’innovazione indiana e poi scoperto essere fabbricato in Cina, con le conseguenti scuse del ministro Vaishnaw. Un imbarazzo che non è solo folklore, ma la perfetta sineddoche del problema indiano: l’involucro è nazionale, il motore tecnologico è straniero. Sono tra i primi a sostenere che l’India sia un pivot ineludibile dell’ordine tecnologico globale. Ma quello che ho osservato a Nuova Delhi è una storia più complessa e allarmante.
L’illusione dei dati e la geometria variabile delle alleanze
Il G20 Sherpa Amitabh Kant ha dichiarato che gli utenti indiani generano il 33% di interazioni in più degli americani su ChatGPT. L’idea promossa: ’siamo il serbatoio del futuro’. Quello che OpenAI conferma è diverso: l’India ha superato i 100 milioni di utenti settimanali, il mercato più grande fuori dagli USA. Il problema è che usare ChatGPT non equivale a fornire dati per addestrare i modelli del futuro: i grandi modelli vengono addestrati su corpora assemblati prima che l’utente tocchi la tastiera. Confondere traffico e potere nell’IA è un errore categoriale che fa comodo alla narrazione politica indiana. Le partnership tra OpenAI e Tata, Anthropic e Infosys confermano un’asimmetria strutturale: la Silicon Valley cerca mercato, talento e legittimità politica; l’India cerca tecnologie che non sa ancora costruire da sola. Questa non è un’alleanza: è una partnership asimmetrica con un prezzo nascosto.
Infrastrutture vs. modelli: il rischio delle autostrade vuote
Reliance e Adani hanno annunciato 210 miliardi di dollari in data center nel prossimo decennio. Ma dove va questo denaro? Va nel “ferro”: cavi, server, raffreddamento, energia. Il nucleo del valore (modelli di frontiera, chip, sistemi di allineamento) resta un oligopolio americano: OpenAI, Anthropic, Google DeepMind, Meta AI. Il rischio è costruire autostrade magnifiche perché ci corrano automobili prodotte altrove. Non è sovranità digitale: è, nella migliore delle ipotesi, una partecipazione qualificata a un sistema che altri governano.
Il detonatore sociale e il paradosso della “terza via”
Il nodo più pericoloso è il detonatore sociale nascosto nei modelli che l’India sta importando. I sistemi di IA americani sono ottimizzatori di produttività progettati per economie con scarsità di manodopera e salari alti. Trasportare questi sistemi in un’economia che aggiunge sette-otto milioni di nuovi lavoratori ogni anno, dove il settore IT e il business process outsourcing impiegano decine di milioni di persone in compiti esattamente del tipo più esposto all’automazione, è un esperimento sociale senza precedenti. L’India ha il merito storico di aver costruito una Terza Via nei pagamenti digitali (sistema UPI) resistendo ai monopoli americani con un modello globale di inclusione finanziaria. Ma l’IA generativa non è un sistema di pagamenti: richiede una potenza di calcolo proprietaria che Nuova Delhi oggi non possiede. Si importa il paradigma americano dell’automazione sfrenata, non se ne inventa uno nuovo. La classe media indiana si è formata attraverso l’ascensore del lavoro nell’IT. Se quell’ascensore si ferma, le tensioni supererebbero per ampiezza quelle della deindustrializzazione europea, in un Paese con sistemi di welfare molto meno sviluppati.
La chiamata alle armi per l’Europa
Gli europei rischiano di essere gli spettatori più qualificati, e più irrilevanti, di questa partita. L’AI Act ha ribadito la fama di regolatori del mondo. Ma un comitato etico senza un dipartimento di ingegneria ha un’influenza limitata. L’opportunità per l’Europa, e lo dico come presidente del Centro Economia Digitale, esiste ed è concreta: la nostra architettura regolatoria, la credibilità come soggetto terzo rispetto alla competizione USA-Cina potrebbero costituire, affiancata da co-investimenti industriali per creare infrastrutture di calcolo sovrane, la base di un’alleanza triangolare con l’India. La geopolitica dell’IA nel 2026, infatti, non si gioca solo sui semiconduttori e sui modelli. Si gioca sulla tenuta dei contratti sociali di fronte all’onda dell’automazione, e sulla capacità di chi non è né Washington né Pechino di avere ancora voce in capitolo. L’India ha scelto di provarci. Noi ci stiamo ancora lavorando.








