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L’Impresa familiare di Stato. Il lato opaco del capitalismo globale

Un’analisi approfondita del sistema di governance di Huawei, che fonde legami familiari e controllo politico

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La competizione per la supremazia tecnologica fra Occidente e Cina genera qualche dubbio sulla correlazione fra assetti politico-istituzionali da un lato, governance delle imprese, capacità di innovare e prosperità dall’altro. E a fronte di robuste evidenze sulla millenaria superiorità dell’Occidente, dai primi anni duemila la dissonanza creata dalla cronaca economica cresce.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il caso Huawei, magistralmente descritto nel volume I Lupi di Shenzhen (Eva Dou, Luiss University Press, pagg. 416, € 25), per esempio, racconta una storia - The House of Huawei, il titolo originale, allude all’influenza del potere politico ma anche al ruolo della famiglia Ren — che costringe a ripensare ai mille anni di divergenza istituzionale tra Occidente (Europa e Nord-America soprattutto) e Cina. Con una conclusione inquietante: forse non sono solo la democrazia, per quanto tendenziale e imperfetta, e il libero mercato, per come lo abbiamo idealizzato, a garantire superiori tassi di innovazione e, di conseguenza, prosperità economica nel lungo periodo.

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Fondata da Ren Zhengfei nel 1987 con tre dipendenti impegnati nella rivendita di centralini telefonici di bassa qualità, Huawei è divenuta primo produttore mondiale di apparecchiature per telecomunicazioni 5G. Ma Huawei è anche qualcos’altro: è lo specchio più nitido - e al contempo il più opaco alla vista degli Occidentali - del modello che la Cina ha elaborato nell’ultimo quarto di secolo: un sistema in cui la grande impresa cresce per grazia e per volontà del Partito, in cui la governance oscilla tra il clan familiare e la struttura ideologica del Partito Comunista Cinese (Pcc) con confini tra pubblico e privato deliberatamente porosi e mai definitivi. La famiglia Ren detiene meno dell’1% del capitale. Il resto è nelle mani di circa 170mila dipendenti ed ex dipendenti, coordinati da un “comitato sindacale“ che è davvero difficile immaginare distante dal Pcc.

È un’impresa familiare di Stato. Un ossimoro per la corporate governance delle democrazie occidentali ma che in Cina funziona. Eccome. Con il modello “clan” che rientra nella nota tassonomia di Ouchi sulle transazioni economiche lungo il continuum fra mercato e gerarchia. Il primo regolato dal prezzo, la seconda dall’autorità. Con forme intermedie definite, appunto, “clan”, rette non da contratti né da comandi ma da valori condivisi, ritualità e appartenenza. Ebbene, è difficile trovare del clan un’illustrazione più compiuta, e più inquietante nella sua efficacia, di Huawei. Un clan rinsaldato da un’ideologia che si è combinata con il legame di sangue, generando la più controversa fra le grandi multinazionali cinesi.

La storia di Huawei dischiude livelli di lettura multipli.

La “cultura del lupo” – da cui ha origine il suggestivo titolo dell’edizione italiana del volume - è anzitutto una filosofia organizzativa: lotta collettiva verso l’esterno, disciplina militarizzata verso l’interno, visione di lungo periodo come bussola strategica. È il collettivismo culturale cinese — Hofstede docet — portato all’estremo rigore ideologico e organizzativo, finalizzato al dominio dei mercati globali. Una formula che non prevede la separazione tra vita e lavoro, tra identità personale e appartenenza aziendale, tra lealtà al fondatore e lealtà al partito. Un modello, in sintesi, fondato su fiducia selettiva e controllo capillare governato secondo i principi della teoria dell’agenzia anch’essi estremizzati: estremi gli incentivi e la sorveglianza reciproca, assoluta l’identificazione fra interesse individuale e aziendale. E non si tratta di una case history isolata.

Proprio per questo ha senso ampliare la prospettiva fino al confronto fra le “due vie per la prosperità”, proposto dal recente volume del Premio Nobel Joel Mokyr con Avner Greif e Guido Tabellini (Due strade verso la prosperità. Mille anni di cultura e istituzioni in Europa e in Cina, Egea, pagg. 648, € 39). La tesi del ponderoso saggio è snella: la frammentazione politica europea, combinata con un contesto istituzionalista e orizzontale, ha favorito reti di imprese fondate sulla fiducia impersonale, che a loro volta hanno stimolato la competizione (fra imprese e fra istituzioni) alimentando circolarmente l’innovazione; la Cina, al contrario, ha coltivato reti verticali fondate su appartenenza e gerarchia, meno inclini all’innovazione perché sempre diffidenti verso ciò che minaccia l’ordine costituito, perseguendo la stabilità con il governo affidato a clan ristretti e non inclusivi. Da questa divergenza è nato il primato occidentale nell’innovazione e nella prosperità. Un primato durato quasi un millennio.

La sensazione, tuttavia, è che qualcosa stia cambiando, e molto velocemente. Del resto, oltre duecentocinquanta milioni di cinesi hanno ormai un reddito medio paragonabile a quello degli europei. La leadership tecnologica di Pechino in settori chiave —automotive, solare, 5G — è un fatto, non un trend da verificare. Il controllo delle catene di fornitura da cui tali tecnologie dipendono (dalle terre rare ai chip, vedasi Cxmt) è pressoché assoluto, così come sempre più deciso è il tentativo di assumere la guida mondiale delle general purpose technologies (e.g. World Artificial Intelligence Conference, 2026).

I dati parlano senza che nessuno debba torturarli. E la domanda che rimane aperta è se la tecnologia e la globalizzazione abbiano modificato il trade-off tra inefficienza della democrazia ed efficacia dell’innovazione spostando le curve di scambio verso una nuova, inquietante convergenza di interessi: quella tra autocrazie politiche e grandi imprese tecnologiche alleate sulla frontiera del dominio globale.

Ecco, se proprio non si chiude la Grande Divergenza fra le due vie per la prosperità di certo se ne accorcia la distanza fino al punto di sovrapposizione, da cui potrebbero addirittura derivare alcune dinamiche politico-istituzionali cui stiamo assistendo in Occidente. Le risposte non sembrano rassicuranti ma almeno abbiamo indizi per formulare domande migliori. E in un momento storico in cui le certezze del liberalismo economico scricchiolano sotto i colpi di dazi, reshoring sovranisti,guerre tecnologiche, e non solo, farsi domande migliori è già un buon risultato. Sperando che la capacità di interrogarsi rimanga, nei prossimi mille anni, l’unica vera via per la prosperità.

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