Musica

L’importanza di essere “Fontaines Dc”

Nel singolo Starburster, hip hop, shoegaze e teatralità si aggiungono alla loro potenza e magnetismo

di Fernando Rennis

2' di lettura

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“La mia infanzia è stata piccola, ma io diventerò grande”. I Fontaines Dc giocano a carte scoperte, lo hanno sempre fatto. Nel bel mezzo di un discorso alcolemico tolgono fuori l’idea di formare una band, una sorta di “Beatles punk”. Per non dimenticarselo, prenotano al volo una sala prove. Il giorno dopo, storditi e sorpresi, capiscono di avere tra le mani qualcosa che assomiglia vagamente a una canzone. Quando si siedono davanti a una birra, fanno circolare un quaderno su cui ognuno appunta i propri versi: sono poeti che amano Yeats, Kavanagh, Joyce e, soprattutto, gli eroi beat Ginsberg e Kerouac. La loro sala prove è proprio dietro al pub, li divide un oscuro vicolo pieno di siringhe e brutta gente.

A Hero’s Death

Nel frattempo, pubblicano due raccolte di poesie: Vroom! e Winding. Poi, fondano una piccola etichetta discografica indipendente per cui fanno uscire un promo e tre singoli in un anno. Firmano per la Partisan, lavorando su Dogrel, il racconto della loro Dublino attraverso le vite di chi annaspa per un po’ di dignità. Un racconto bagnato da echi di Pogues, Strokes, Fall e Joy Division che li candida al Mercury Prize. È il 2019 e l’anno dopo, nonostante la pandemia, arriva A Hero’s Death, dove lo sguardo si allarga a tutto il mondo e il suono è imbevuto di quella brezza del Pacifico che ispirava i Beach Boys, una delle passioni meno evidenti della band e più ignorate dalla stampa, che viene candidato al Grammy. Le tinte si fanno più oscure e psichedeliche, l’Irish Times scatta l’istantanea perfetta: “Stesso gruppo, canzoni diverse, stessa genialità”. Nelle pause di un lungo tour, i cinque scrivono nuovo materiale e riflettono nuovamente sul concetto di irishness: la copertina del primo disco è una foto di uno dei circhi più antichi al mondo, fondato a Dublino nel Settecento. In quella del suo successore svetta una statua della divinità mitologica irlandese Cú Chulainn. Ora, il loro sguardo è sempre rivolto alle radici, ma è lontano migliaia di chilometri da quella Dublino che, come cantavano agli esordi, “sotto la pioggia è mia, una città incinta con una mentalità cattolica”. Arriva, così, Skinty Fia, che li porta in vetta alla classifica britannica. È granitico e coraggioso; aggiunge al suono del gruppo nuove sfumature che vanno dall’industrial ai rivoli lisergici dei Primal Scream. Qualcuno li dipinge come i migliori della loro generazione.

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I chitarristi O’Connell e Curley, il bassista Deegan, il batterista Coll, che ha fondato un’etichetta di musica tradizionale irlandese, e il cantante Grian Chatten, autore di un affascinante e malinconico album solista nel 2023 dal titolo Chaos for the Fly, tornano nel 2024 con Romance, il loro album più sperimentale; una storia d’amore nel bel bezzo della fine del mondo. Lo anticipa il singolo Starburster, dove hip hop, shoegaze e teatralità si aggiungono alla potenza e al magnetismo dei Fontaines Dc. Cinque anni dopo il loro esordio, la grandezza a cui ambivano è ormai una certezza che si può toccare con mano al festival La prima Estate e a Roma il 23 e 25 giugno.

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