La società dei filtri

L’imperativo della bellezza: la Snapchat Dysmorphia si diffonde fra i giovani

Più che un ideale, una formula. I canoni estetici sempre più spesso rispondono a proporzioni matematiche standardizzate. Un modello personale e sociale performativo, dove il corpo diventa palco.

di Maddalena Bonaccorso

“Altering Facial Features with WH5” (2010) dell’artista coreano Hyungkoo Lee è stata esposta a “Virtual Beauty”, la mostra che si è conclusa in settembre alla London Somerset House. Presenti le opere e le installazioni interattive di 20 artisti internazionali: una riflessione su come l’IA, i social media e le identità virtuali rimodellino i nostri ideali di bellezza nell’era digitale. (COURTESY HYUNGKOO LEE/SOMERSET HOUSE)

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C’è un filtro per tutto: per levigare la pelle, ingrandire gli occhi, allungare l’ovale del viso, modificare la luce e perfino riscrivere la simmetria del corpo. Ma dietro a quell’apparente gioco di pixel si muove un potere silenzioso — quello dell’algoritmo — che oggi detta i canoni del bello più di qualunque passerella o copertina. La bellezza, nell’era digitale, non è più un ideale, ma una formula. Scorrendo una home personalizzata, lo sguardo incontra incessantemente volti lisci, sorrisi calibrati, proporzioni quasi matematiche. Non è un caso: i sistemi di raccomandazione imparano a privilegiare ciò che cattura l’attenzione — e dunque ciò che appare perfetto. Così, attraverso il ciclo invisibile di clic, like e condivisioni, gli algoritmi finiscono per selezionare e riprodurre sempre gli stessi tratti. Il risultato è una nuova estetica, performativa e standardizzata, che modella desideri, identità e rapporti di potere. Il fenomeno più emblematico è la Snapchat Dysmorphia: persone che portano al chirurgo immagini di sé modificate dai filtri digitali, chiedendo di diventare la propria versione algoritmica. Il termine ha iniziato a circolare nel 2018, quando dermatologi e chirurghi plastici segnalarono un aumento di richieste ispirate ai volti filtrati, più che a star o modelle reali. In quel desiderio di corrispondere all’immagine artificiale si condensa l’impatto psicologico della cultura dei filtri: l’auto-oggettificazione, la distanza tra corpo vissuto e corpo mostrato, la nascita di una nuova forma di alienazione estetica. «Il fenomeno è iniziato anche qui da noi», spiega Andrea Spano, chirurgo e fondatore di The Clinic, istituto di medicina e chirurgia estetica a Milano. «Sono tanti ormai i pazienti che ci chiedono di intervenire per raggiungere quell’ideale rappresentato dalla loro immagine digitale modificata dai filtri. Il problema è anche che, dietro l’algoritmo, c’è una continua modifica dei parametri, quindi la stessa persona che era venuta tre mesi prima a chiederti gli zigomi alti, potrebbe tornare dopo poco tempo a chiederti qualcosa di diverso. Così però non si trova mai pace, è un continuo inseguire ideali artificiali». Perché dietro a ogni selfie patinato c’è una macchina, che apprende che cosa funziona. Gli algoritmi di visione artificiale riconoscono schemi visivi che generano engagement e li premiano, creando un loop di rinforzo: più un certo volto o corpo ottiene attenzione, più contenuti simili vengono proposti. La ripetizione trasforma la tendenza in norma, e la norma in valore.

Studi recenti mostrano che l’esposizione prolungata a immagini focalizzate sull’aspetto fisico aumenta l’insoddisfazione corporea e la percezione di inadeguatezza, soprattutto tra adolescenti e giovani donne. Ma i filtri non sono neutrali. Molti abbelliscono seguendo logiche estetiche precise: schiariscono la pelle, rimpiccioliscono il naso, amplificano gli occhi. Dietro quella apparente personalizzazione si nascondono bias culturali e parzialità tecniche: dataset di addestramento sbilanciati, metriche costruite su parametri europeo-centrici o gamme cromatiche limitate. Di conseguenza, molti sistemi di riconoscimento o generazione visiva funzionano peggio per determinati fototipi, mentre altri vengono rappresentati come deviazioni dallo standard. Non è solo un problema tecnico, ma simbolico: l’algoritmo decide chi merita visibilità e chi resta ai margini. «Anche per questo il compito del chirurgo estetico è sconsigliare determinati cambiamenti, far capire che l’immagine di sé dev’essere valutata in maniera sana», conclude Spano. «Usare i filtri è divertente finché rimane un gioco. Ci si modifica, si manda la foto agli amici, si ride... Non può diventare la stella polare da inseguire in un percorso estetico reale. Sempre più spesso sono giovani e giovanissimi a venire da noi: per questo io collaboro con psicologi che possono supportare un percorso di accettazione e adesione alla realtà». L’estetica algoritmica è anche un’estetica performativa. Sui social l’identità si costruisce per immagini: il corpo diventa palco. I like e le visualizzazioni diventano una forma di capitale sociale, e la bellezza — o meglio, la sua rappresentazione — si trasforma in valuta. In questa economia dell’attenzione, il sé digitale rischia di fagocitare quello reale: la distanza tra persona e personaggio si assottiglia fino a svanire. Le piattaforme, sotto pressione, iniziano a muoversi. TikTok ha introdotto nel 2024 restrizioni sui filtri che alterano i tratti del volto per gli under 18; Instagram sperimenta etichette per segnalare immagini ritoccate. Sono passi avanti, ma parziali. La tecnologia evolve più in fretta delle policy, e ogni aggiornamento rischia di spostare il problema senza risolverlo. Che cosa serve, allora, per invertire la rotta? Gli esperti parlano di progettazione algoritmica responsabile: dataset più rappresentativi, metriche interculturali, trasparenza sulle logiche di raccomandazione. Ma non basta. Serve anche educazione digitale, che aiuti gli utenti — soprattutto i più giovani — a decodificare le strategie di persuasione estetica e a riconoscere i filtri come costruzioni, non come verità. E serve una riflessione culturale condivisa, capace di restituire pluralità ai corpi e ai volti rappresentati. Anche la comunità medica può contribuire, dialogando con i pazienti sulle motivazioni che alimentano certe richieste. L’algoritmo non è un destino ineluttabile. È una costruzione che riflette scelte commerciali, modelli culturali e priorità sociali e finisce per influenzare il modo in cui noi stessi impariamo a guardarci. La vera rivoluzione estetica, forse, non avverrà nei laboratori di intelligenza artificiale, ma nello sguardo individuale e libero di chi sceglie di non lasciarsi definire da uno schermo. Perché noi siamo altro, siamo umani.

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