Sanità

L’impatto ambientale della sanità: quanto inquinano gli ospedali?

Il settore sanitario genera circa il 5% delle emissioni globali di gas serra, con percentuali più elevate in regioni come Europa, Stati Uniti e Cina

di Silvia Martelli

(Adobe Stock)

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Ogni giorno gli ospedali producono tonnellate di rifiuti e consumano enormi quantità di energia: un impatto spesso invisibile, eppure estremamente concreto sull’ambiente. Guanti, mascherine monouso, materiali di medicazione e involucri dei farmaci finiscono costantemente nei cestini, mentre luci sempre accese, impianti di riscaldamento e sistemi di climatizzazione alimentano un consumo energetico perenne e considerevole.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il settore sanitario genera circa il 5% delle emissioni globali di gas serra, con percentuali più elevate in regioni come Europa, Stati Uniti e Cina. Senza interventi concreti, entro il 2050 le emissioni del comparto potrebbero raggiungere le sei gigatonnellate di CO₂ annue, equivalenti a quelle prodotte da circa 1,26 miliardi di automobili. Il paradosso è evidente: curare le persone produce un impatto diretto sull’ambiente. Per l’OMS, la soluzione richiede una collaborazione tra governi e strutture sanitarie per orientare il settore verso la sostenibilità.

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I dati di Health Care Without Harm dicono che se il sistema sanitario fosse considerato uno Stato, sarebbe il quinto maggior emettitore di gas serra a livello globale. Gli ospedali, in particolare, sono tra le strutture più inquinanti: la loro impronta carbonica annua arriva a circa due gigatonnellate di CO₂, quanto prodotto da 514 centrali a carbone. Le principali fonti di inquinamento derivano dalla produzione e gestione dei materiali, come farmaci, dispositivi medici e strumenti ospedalieri, che rappresentano circa il 71% delle emissioni. Una quota significativa è anche legata al consumo energetico delle strutture, mentre trasporti, sostanze chimiche e incenerimento dei rifiuti speciali contribuiscono ulteriormente all’impatto ambientale.

La sfida

Rendere sostenibile la sanità è ormai una sfida globale. Alla COP26 del 2021, cinquanta Paesi si sono impegnati a sviluppare sistemi sanitari a basse emissioni e quattordici hanno promesso di azzerare le emissioni nette entro il 2050. L’Unione Europea ha integrato la sostenibilità nella propria agenda climatica, soprattutto tramite il Green Deal europeo, anche se per quanto riguarda la sanità l’attenzione è spesso rivolta più all’adattamento ai cambiamenti climatici che alla riduzione delle emissioni. Alcuni programmi chiave comprendono la strategia farmaceutica europea, che promuove farmaci sostenibili e a impatto climatico ridotto, la digitalizzazione della sanità, che può supportare la decarbonizzazione, e la strategia “dal campo alla tavola”, volta a incentivare alimenti sostenibili e ridurre lo spreco.

Diversi ospedali europei stanno già sperimentando innovazioni sostenibili. In Catalogna, l’ospedale universitario di Mollet del Vallès, progettato nel 2010 con criteri di sostenibilità, utilizza geotermia, raccolta dell’acqua piovana e sistemi di climatizzazione radianti, mentre l’installazione successiva di pannelli solari e finestre efficienti ha permesso di ridurre le emissioni del 91% tra il 2012 e il 2024, nonostante il numero di pazienti sia aumentato del 50%. A Barcellona, l’Hospital de la Santa Creu i Sant Pau ha introdotto il progetto Green Breath per limitare l’impatto dei farmaci inalatori, contenenti idrofluorocarburi, gas serra molto potenti. Grazie a un database che classifica gli inalatori per impatto ambientale e a un algoritmo di supporto alle prescrizioni, i medici possono considerare sia le esigenze del paziente sia la sostenibilità del farmaco. Nel 2025 è stata pubblicata la prima guida nazionale spagnola sulla prescrizione sostenibile di inalatori.

In Austria, l’ospedale di Villach ha ridotto del 30% lo spreco alimentare tramite la corretta gestione delle porzioni e degli ordini del personale. Dal 2021 un team interdisciplinare sperimenta tecnologie e procedure per abbattere le emissioni, con l’obiettivo di replicare le soluzioni in altri reparti. Nei Paesi Bassi, la Dutch Green Health Alliance coinvolge oltre 10.000 operatori sanitari per diffondere la cultura della sanità “verde” tramite festival, libri e podcast.

E in Italia?

In Italia la sanità sostenibile è ancora in fase embrionale. Alcune iniziative finanziate dall’Unione Europea mirano a ridurre i consumi energetici, ma interventi su altri fronti restano limitati. Secondo Daniele Gui, responsabile del progetto Caring Nature, la priorità in ospedale rimane sempre il paziente, il che comporta un alto consumo energetico. Il progetto mira a ottimizzare l’uso di energia attraverso sensori, illuminazione a tempo e intelligenza artificiale, oltre a migliorare la gestione dei rifiuti speciali con soluzioni di riciclo e trattamento in loco.

Alcune strutture italiane hanno già introdotto pratiche sostenibili: a Roma le coperture dei parcheggi del San Camillo sono realizzate con pannelli solari, mentre a San Donato Milanese vengono serviti menu a km zero. Le regioni più attente sono l’Emilia-Romagna e la Toscana, che già nel 2008 avevano avviato campagne per ridurre lo spreco energetico e installato impianti fotovoltaici o trigeneratori. Tuttavia, la maggior parte degli edifici ospedalieri italiani è obsoleta: secondo il rapporto Oasi 2021, l’82% degli immobili è stato costruito prima del 1990 e il 58% prima del 1970, con strutture spesso non conformi alle norme di efficienza energetica.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), pur prevedendo ingenti fondi per la transizione ecologica, non ha menzionato esplicitamente la sanità, rappresentando così un’occasione persa. Telemedicina e assistenza primaria potrebbero contribuire significativamente alla riduzione delle emissioni. Nonostante il principio di “primum non nocere”, il sistema sanitario italiano rischia quindi di restare uno dei maggiori responsabili del cambiamento climatico.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse” ed è stato realizzato con il contributo di Alice Facchini, Elena Ledda e Jakob Pallinger

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