Teatro

L’illusione di una morte apparentemente chiara

L’Amore non lo vede nessuno, regia di Piero Maccarinelli, con Stefania Rocca, Giorgio Crippa e Franca Penone, al Teatro Quirino Roma, fino all’8 febbraio

di Giuseppe Fantasia

3' di lettura

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L’amore del titolo non si vede perché non chiede di essere creduto. Non ha bisogno di testimoni, non reclama definizioni, né si lascia inchiodare a una causa o a una colpa. In L’amore non lo vede nessuno, in scena al Teatro Quirino di Roma, è ciò che resta quando le parole smettono di spiegare e iniziano, finalmente, a ferire. La storia, tratta dall’omonimo libro di Giovanni Grasso, per la regia di Piero Maccarinelli, prende avvio da una morte apparentemente chiara, quella di Federica, rimasta vittima di un incidente stradale. La chiarezza è un’illusione che il testo smonta con pazienza, scegliendo una struttura fatta di scarti, di attese e di confessioni parziali.

Silvia (Stefania Rocca), la sorella, non cerca la verità nei luoghi deputati - verbali, indagini e archivi - ma in uno spazio improprio: un bar di periferia, anonimo e leggermente equivoco, dove ogni martedì incontra uno sconosciuto, Paolo (Giorgio Crippa) visto una sola volta prima, al funerale. Tra i due nasce un patto che ha il rigore di un rito antico: lui racconterà tutto ciò che lo ha legato a Federica, lei rinuncerà a sapere chi egli sia davvero. È in questa sospensione che il testo trova la sua forza.

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Qui la domanda non è “che cosa è successo?”, ma “quanto siamo disposti a credere all’altro?”. E ancora: quanto siamo disposti a credere a noi stessi? La fiducia, suggerisce Grasso, non è un atto morale ma una necessità emotiva, spesso cieca, talvolta disperata. Accanto a Silvia si muove Eugenia (Franca Penone), l’amica, figura di apparente equilibrio, portatrice di un dubbio che non salva, ma avverte, creandone di nuovi. È lei a ricordare che il racconto può essere una forma di potere, che la parola, se accolta senza difese, può riscrivere i ricordi e deformare i sentimenti, ma Silvia procede ugualmente, attratta non tanto dall’uomo che ha di fronte quanto dalla possibilità di ricomporre un’immagine della sorella che le è sempre sfuggita. Federica emerge così come una presenza ambigua, mai pacificata, capace di amori assoluti e di sottili crudeltà, di dedizioni radicali e di calcoli segreti. Non (c)è un enigma da risolvere, ma una figura irriducibile, come lo sono spesso le persone che abbiamo amato di più.

La regia di Maccarinelli

La regia di Maccarinelli accompagna questo movimento interiore senza sovraccaricarlo nei due spazi - la casa piccolo borghese di Silvia e il bar con la scritta luminosa “Totocalcio” verde e gialla - che non sono semplici ambienti, ma stati dell’anima che coesistono, si riflettono e si contaminano. Le musiche di Antonio Di Pofi sono brevi fenditure sonore che segnano passaggi, cadute e ritorni. Gli interpreti affidano alle pause e agli sguardi ciò che il testo lascia volutamente in ombra. Tutti e tre si evolvono e cambiano (non solo abiti) sulla scena e anche quando qualcosa vi sembrerà “telefonata”, in realtà non lo è affatto e la sorpresa sarà tutta nel finale, dopo un gioco di rivelazioni e reticenze, dove Dio non appare come risposta, ma come domanda ulteriore, come una soglia, perché è il nome che diamo a ciò che non comprendiamo quando il dolore eccede le nostre categorie. L’amore, allora, non è consolazione né redenzione, ma una forza opaca che attraversa le vite senza garantire salvezza, imponendo comunque una scelta: restare chiusi nella propria versione dei fatti o accettare che l’altro - vivo o morto - continui a sfuggirci.

L’amore non lo vede nessuno è un testo che guarda l’esistenza senza indulgenza e senza compiacimento, ricordandoci che il perdono, quando arriva, non è un gesto magnanimo, bensì un atto di stanchezza luminosa, il momento in cui smettiamo di pretendere una verità definitiva e impariamo, forse, a convivere con ciò che non sapremo mai.

L’Amore non lo vede nessuno, regia di Piero Maccarinelli, con Stefania Rocca, Giorgio Crippa e Franca Penone, Teatro Quirino Roma, fino all’8 febbraio

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