L’effetto Iran

L’Fmi taglia sotto l’1% le stime di crescita dell’Eurozona

Il rapporto annuale sull’economia del blocco: nel 2026, il Pil si fermerà allo 0,9%, nel 2027 sarà dell’1,2%, «al di sotto delle stime prebelliche di 0,5 e 0,2 punti percentuali». L’inflazione salirà al 2,8 quest’anno e al 2,3% il prossimo, vale a dire 0,8 e 0,4 decimali sopra le stime elaborate prima del conflitto

di Gianluca Di Donfrancesco

La direttrice generale dell’Fmi, Kristalina Georgieva, e il commissario Ue per l’Economia e la produttività Valdis Dombrovskis (EPA) EPA

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La crisi di Hormuz non si risolve e il Fondo monetario internazionale abbassa sotto l’1% le previsioni di crescita per l’Eurozona, con un taglio di due decimali rispetto alle stime di aprile, quando già le aveva ridotte a causa della guerra in Iran e Medio Oriente.

Prospettive più deboli

«Le prospettive per l’Eurozona si sono indebolite» e, nel 2026, la crescita si fermerà allo 0,9% (dall’1,1% stimato ad aprile), per risalire all’1,2% nel 2027. Il taglio, rispetto alle stime prebelliche, è di «0,5 e 0,2 punti percentuali», si legge nelle conclusioni del rapporto annuale sull’economia del blocco (Article IV), diffuse l’11 giugno. L’inflazione salirà al 2,8 quest’anno e al 2,3% il prossimo, vale a dire 0,8 e 0,4 decimali sopra le stime elaborate prima del conflitto.

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«Uno shock energetico più persistente - avvisa il Fondo - potrebbe far salire ancora di più prezzi e aspettative di inflazione, anche se un calo della fiducia o uno stress finanziario potrebbero indebolire la domanda».

Nel World Economic Outlook di aprile, l’Fmi ha avvisato che, in caso di conflitto prolungato, la crescita del Pil mondiale può crollare fino a circa il 2%, sull’orlo di quella che gli economisti chiamano recessione globale.

Bce costretta a stringere

Per i tecnici del Fondo, il rialzo dei tassi, deciso dalla Bce proprio l’11 giugno, sarà probabilmente seguito da un’altra stretta, con un aumento complessivo di 50 punti base nel 2026. Chiaramente, un peggioramento della situazione potrebbe potrebbe portare a una stretta ulteriore.

Sostegni alle imprese legati alla transizione verde

L’Fmi ha poi ribadito l’invito alla prudenza negli interventi per ammortizzare l’impatto dei costi dell’energia, affermando che «un sostegno fiscale generalizzato non è giustificato» e potrebbe a sua volta alimentare l’inflazione, portando a «una politica monetaria ancora più restrittiva, per mantenere la stabilità dei prezzi».

Molti Governi europei hanno già varato aiuti, per un valore medio di circa lo 0,1% del Pil in tutta l’Unione. Interventi che, secondo il Fondo, hanno attenuato la spinta a ridurre i consumi energetici. Invece, ma l’Fmi ormai lo ripete da mesi, servono misure temporanee e mirate per gli individui vulnerabili.

La risposta di politica fiscale alla crisi energetica, sottolinea l’Fmi, «deve essere concepita per sostenere la trasformazione necessaria nel mix energetico dell’Unione Europea». L’allentamento temporaneo delle norme sugli aiuti di Stato a sostegno delle imprese che affrontano costi più elevati «deve essere monitorato attentamente per garantire che non rallenti la transizione energetica. Gli Stati membri dovrebbero assicurarsi che i beneficiari apportino modifiche al loro mix energetico». Qualsiasi ulteriore sostegno, continua il Fondo, «dovrebbe essere limitato e mirato a imprese altrimenti redditizie e ad alta intensità energetica, subordinato a miglioramenti dell’efficienza energetica e coordinato a livello Ue per salvaguardare la parità di condizioni».

«Il nostro messaggio agli europei è state molto attenti a spendere soldi che non si hanno», ha avvisato la direttrice generale dell’Fmi, Kristalina Georgieva.

Non indebolire l’Ets

L’Fmi interviene anche sulla questione dell’Ets, la borsa delle quote di anidride carbonica, messo sotto accusa soprattutto dall’Italia. La Commissione presenterà la proposta di riforma il 15 luglio.Per il Fondo, «indebolire l’Ets diluirebbe ostacolerebbe la transizione energetica».

Diw: Germania verso la recessione tecnica

Se il Pil dell’Eurozona rallenta, Paesi a crescita “zero-virgola”, come Italia e Germania, rischiano periodi di stagnazione e contrazione economica.

L’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw) prevede che lo shock dei prezzi dell’energia causato dalla guerra in Iran spingerà la Germania in recessione tecnica, con un calo del Pil sia nel secondo che nel terzo trimestre. Per l’intero 2026, l’Istituto prevede comunque una crescita dello 0,5%.

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