L’export spinge il business delle Pmi ma va accompagnato dal Sistema Paese
Accanto agli incentivi per l’internazionalizzazione servono politiche e piani di crescita che mettano al centro formazione e lotta alla contraffazione
di Lorenzo Zurino
3' di lettura
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Quando si parla di Made in Italy e soprattutto di commercio estero spesso ci si limita ad analizzare il trend congiunturale, lasciando in secondo piano le dimensioni di un fenomeno che vale per il nostro Paese circa 660 miliardi di euro: un terzo del Pil, quindi un ambito cruciale per l’economia nazionale. È quindi dalla competitività delle aziende esportatrici che dipendono in larga misura le sorti dell’economia, considerando anche le filiere che a quelle imprese sono collegate. Non a caso, anche tra i Leader della crescita Sole 24 Ore-Statista ci sono molti esportatori.
Tra le aziende esportatrici italiane non ci sono soltanto i grandi nomi quotati in Borsa e conosciuti al pubblico ma tante Pmi, magari a conduzione familiare, sparse su tutte il territorio nazionale e capitanate da imprenditori coraggiosi che rappresentano al meglio la capacità e il talento tutto italiano di produrre qualità, eleganza, tecnologia, e di farla apprezzare oltre i nostri confini.
Risulta evidente quindi che un mondo essenziale per la crescita del nostro Sistema Paese come quello dell’export debba essere oggetto di grande attenzione da parte della politica, in primo luogo, ma anche di tutte le articolazioni della società: dai sindacati al mondo accademico e della scuola da quello della ricerca ai media. Se è vero, infatti, che per sostenere un debito pubblico pesante come quello italiano l’imperativo è sostenere la crescita, allora l’export può e deve essere una risposta in questo senso a patto che le aziende del settore siano messe in condizioni di esprimere tutto il proprio potenziale. Sì, ma come? Le risposte sono note da tempo ma purtroppo il lavoro da fare è ancora tanto. Gli incentivi all’internazionalizzazione sono infatti essenziali ma non sufficienti. Servono politiche e piani di crescita e sviluppo che mettano al centro formazione, geografie commerciali nuove, lotta alla contraffazione e al cosiddetto Italian sounding che fa perdere alle nostre aziende agroalimentari decine di miliardi di euro ogni anno.
Se i prodotti Made in Italy acquistati nel mondo fossero tutti realmente tali, l’export agroalimentare passerebbe dagli oltre 50 miliardi di euro attuali a quasi 130. Se poi si riuscissero a sostituire anche i prodotti contraffatti si supererebbero i 150 miliardi. In pratica l’export agroalimentare si potrebbe moltiplicare per tre, con vantaggi enormi per i nostri agricoltori, le industrie di trasformazione e l’economia italiana nel suo complesso.
L’Italian sounding è solo uno dei tanti aspetti di un mondo complesso come quello dell’export che, pur avendo dimensioni così importanti in Italia, mantiene un enorme potenziale. La percentuale di aziende esportatrici sul totale è ancora troppo bassa, e questo se da un lato ci mostra un dato evidente, cioè la difficoltà delle Pmi italiane - nostra colonna portante - di formare e spingere processi di esportazione e guardare a mercati nuovi, dall’altro lato ci mostra anche la grande possibilità che questo valore possa crescere. È cruciale per esempio la figura dell’export manager, un professionista che deve avere una solida conoscenza di quei punti cardinali imprescindibili per ogni processo di esportazione: dogana, logistica, geografia commerciale e scenario socio-politico.


