Nel 2022 l’economia sommersa vale 182,6 miliardi, stabile rispetto al Pil
È quanto emerge dall’ultima Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva appena pubblicata
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«I dati relativi al 2022 (ultimo anno per il quale sono disponibili le informazioni rilevanti) confermano la tendenza di medio-lungo periodo ad una rilevante contrazione dei livelli dell’incidenza dell’economia non osservata sul prodotto interno lordo e del rapporto fra le entrate complessivamente sottratte alla finanza pubblica a causa dell’evasione (il cosiddetto tax gap) e il gettito potenziale. E ciò nonostante che la Revisione generale dei Conti nazionali intervenuta nel 2024 abbia determinato una significativa rettifica dei livelli delle stesse grandezze. Questa tendenza, lungi dall’essere data per scontata, deve invitare a proseguire nella attività di prevenzione e contrasto del fenomeno». L’analisi emerge dalla ultima Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva - anno 2025, pubblicata dal Ministero dell’Economia.
Il valore aggiunto generato dal sommerso
Nel 2022 il valore aggiunto generato dal sommerso economico rappresentava il 9,1% del PIL, con una riduzione di circa 2,5 punti percentuali rispetto al picco del 2014. Nel corso dell’ultima decade l’incidenza del sommerso economico sul Pil si sarebbe quindi ridotta di poco più di un quinto. Sempre nel 2022 il rapporto fra il minor gettito derivante dal mancato adempimento degli obblighi tributari e il gettito potenziale risultava compreso fra il 16,9% ed il 17,0% (in dipendenza delle diverse ipotesi adottate ai fini della stima), con una riduzione pari a circa un terzo rispetto al picco osservato nei primi anni del secolo e di poco meno di 3 punti percentuali nell’ultimo quinquennio.
Riduzione dell’evasione dell’IVA, dell’IRES e dell’IRAP
Il trend appare attribuibile, in primo luogo, alla riduzione dell’evasione dell’IVA, dell’IRES e dell’IRAP (più che dimezzate nel corso dell’ultimo ventennio). Più contenuta la riduzione dell’evasione dell’IRPEF sui redditi da lavoro autonomo e di impresa (e prossima al 5% nel corso degli ultimi due decenni). Pur se su un orizzonte temporale più contenuto (l’ultimo quinquennio), vanno peraltro segnalate la sensibile riduzione nel gap relativo alle accise sui prodotti energetici (benzina e gasolio) e quella più contenuta osservata nel caso dei tributi locali (IMU e TASI).
Si riduce la distanza dalla media europea
Nel corso dell’ultimo decennio - prosegue la relazione - la riduzione della propensione all’evasione appare interamente concentrata nella fattispecie della omessa o infedele dichiarazione (risultando relativamente stabile la fattispecie dell’omesso versamento). Rispetto all’ambiente europeo di cui l’Italia fa parte e con riferimento alla sola imposta sul valore aggiunto per la quale sono disponibili valutazioni omogenee di fonte ufficiale, la tendenza ad una riduzione del tax gap – seppur interrotta temporaneamente dagli eventi del 2008 - caratterizza l’intero contesto sovranazionale in cui l’Italia è collocata. Essa si accompagna ad una chiaramente osservabile riduzione nel grado di dispersione fra paesi dei gap IVA. In questo quadro, l’Italia ha visto ridursi vistosamente la propria distanza dalla media europea.
Significativo il recupero rispetto all’Ue sull’Iva
Rispetto al punto di picco registrato nell’ultimo ventennio l’Italia ha ridotto il proprio VAT gap per circa 22 punti percentuali: un risultato fra i più significativi registrati nell’Unione che ha consentito di abbattere considerevolmente la distanza, in termini di VAT gap, rispetto alla media europea, passata dai 16 punti percentuali circa del 2005 ai 2 punti percentuali o poco più osservati nel 2022. Nel complesso, queste positive indicazioni chiariscono come la prevenzione ed il contrasto dell’evasione tributaria siano non solo possibili ma anche, in buona misura, già in atto.








