Materie prime sensibili

L’Europa compensa la perdita dell’uranio nigerino con la Russia

Mentre Orano prosegue il contenzioso con Niamey che ha nazionalizzato SOMAÏR, mille tonnellate di materiale sono uscite illecitamente dalla miniera espropriata. Intanto, i Paesi del Vecchio continente hanno sostituito il fornitore africano, che è passato da una quota del 25% (2022) allo 0,23%. A beneficiarne il Canada. E pure Mosca, contrariamente alla politica energetica dell’Ue

La miniera nei pressi di Arlit di proprietà della SOMAÏR

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Con l’uscita del Niger dalla sfera occidentale e dopo la rottura tra Niamey e lo storico partner francese, l’Europa ha sostituito rapidamente l’uranio nigerino, ma lo ha fatto concentrando gli approvvigionamenti su Canada, Kazakhstan, Uzbekistan e Russia. Con una parte rilevante della conversione e dell’arricchimento che resta esposta a Rosatom. Il caso Niger dimostra che il valore dell’uranio non dipende soltanto da chi controlla la miniera, ma da chi possiede la filiera, è capace di certificarlo, trasportarlo, convertirlo, arricchirlo, finanziarlo e trasformarlo in combustibile nucleare.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La SOMAÏR, Société des Mines de l’Aïr, era controllata al 63,4% dal gruppo nucleare francese Orano e al 36,6% dalla società statale nigerina SOPAMIN. Alla fine del 2024, le autorità nigerine hanno assunto il controllo operativo della società. Orano ha quindi avviato una serie di iniziative arbitrali: il 20 dicembre 2024 ha annunciato una procedura relativa alla revoca del permesso minerario di Imouraren; il 21 gennaio 2025 ha annunciato una seconda procedura contro lo Stato del Niger in relazione alla perdita del controllo operativo di SOMAÏR. Il 19 giugno 2025, il governo del Niger ha annunciato l’intenzione di nazionalizzare SOMAÏR. Alla fine del 2024, SOMAÏR disponeva ancora di 40.108 tonnellate di uranio classificate come riserve, delle quali 21.334 tonnellate attribuibili alla quota Orano. A queste si aggiungevano 30.609 tonnellate di risorse indicate e 28.757 tonnellate di risorse stimate. Il 23 settembre 2025, il tribunale costituito presso l’International Centre for Settlement of Investment Disputes ha ordinato al Niger di non vendere, trasferire o agevolare il trasferimento a terzi dell’uranio prodotto da SOMAÏR e trattenuto in violazione dei diritti rivendicati da Orano. Il Niger può controllare fisicamente il carico, ma un compratore deve valutare il rischio che il pagamento, il materiale o altri beni commerciali vengano successivamente colpiti da azioni esecutive.

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Il carico contestato di uranio

Il 27 novembre 2025 Orano ha denunciato la partenza da Arlit , località al centro del Niger, di una spedizione di uranio effettuata senza autorizzazione. Il gruppo ha dichiarato di non avere ricevuto comunicazioni ufficiali sulla quantità, sulla destinazione e sulle condizioni di sicurezza, riservandosi azioni contro tutti i soggetti coinvolti. Secondo ricostruzioni giornalistiche locali, circa 1.000-1.050 tonnellate di concentrato di uranio sarebbero state localizzate nell’area di Niamey, in prossimità della Base aerea 101, per un valore stimato di oltre 170 milioni di euro. La controversia sulla giacenza trasferita da Arlit rappresenta, pertanto, soltanto il primo livello di una contesa che riguarda quasi 100.000 tonnellate complessive.

I Paesi nucleari europei

Nel 2024 erano operativi reattori nucleari nell’Unione europea in Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Ungheria, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia. La produzione nucleare assume un peso particolarmente elevato in Francia e Slovacchia: nel 2024 rappresentava rispettivamente circa il 68% e il 62% della produzione elettrica nazionale, non della produzione di energia primaria.

Nel 2022 il Niger aveva fornito alle utility dell’Unione 2.975 tonnellate di uranio (pari a circa il 25% del totale), confermandosi uno dei principali pilastri della diversificazione comunitari. Nel 2025 le consegne di origine nigerina sono scese a 33 tonnellate, pari allo 0,23% del totale europeo. Nello stesso anno le utility europee hanno ricevuto complessivamente 14.678 tonnellate di uranio naturale. L’Europa ha dunque sostituito quasi interamente il Niger. Ma la sostituzione ha prodotto una nuova concentrazione: Canada e Kazakhstan coprono da soli circa il 57% delle consegne; Russia, Australia e Uzbekistan raggiungono complessivamente il 46,66%. Con il dato di Mosca in crescita rispetto al 2022. Il problema non è la mancanza assoluta di minerale, bensì la crescente dipendenza da pochi produttori e da corridoi eurasiatici esposti alle relazioni con Mosca.

ORIGINE DELLE CONSEGNE UE

Dati 2025

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Il collo di bottiglia industriale

Nel 2025 il combustibile fresco caricato nei reattori commerciali dell’Unione è stato prodotto utilizzando 11.729 tU (tonnellata metrica) di uranio naturale e 462 tU di uranio riprocessato come feed, arricchiti con 9.112 tSW (tonnellate di unità di lavoro separativo). Nello stesso anno le utility europee hanno acquistato servizi di arricchimento per 12.130 tSW, dei quali gli impianti dell’Unione hanno coperto il 72,91%, mentre la Russia ha mantenuto una quota del 22,55%. L’uscita del Niger riduce, dunque, la diversificazione mineraria proprio mentre Bruxelles cerca di eliminare la dipendenza nucleare russa. La crisi nigerina sottrae una fonte africana tradizionale nel momento in cui l’Europa deve contemporaneamente sostituire materie prime, servizi di conversione, capacità di arricchimento e assemblaggi russi.

Nel 2025 il livello complessivo delle scorte dell’Unione ha continuato a crescere rispetto all’anno precedente. Anche assumendo un ordine di grandezza di circa 12.000 tU annue, la giacenza contestata del Niger rappresenterebbe, nell’ipotesi massima di 1.000 tonnellate effettive di uranio, circa un mese del fabbisogno europeo. Il carico contestato possiede, quindi, un valore marginale in un mercato nel quale ogni tonnellata non russa, contrattualmente sicura e consegnabile attraverso un corridoio affidabile diventa più preziosa. Nel periodo 2026-2031, lo scenario più probabile non è una vendita clandestina su vasta scala, bensì una lunga immobilizzazione accompagnata da negoziati. Il Niger cercherà di trasformare il controllo fisico in compensazione finanziaria, accesso a infrastrutture e nuovi accordi minerari. Russia e Cina potranno usare la crisi per ottenere concessioni, ma avranno interesse a separare eventuali nuovi contratti dalla giacenza giuridicamente contestata.

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