Tutto questo cambiò negli anni 90, prima con l’euro, poi con l’intensificarsi della concorrenza cinese e soprattutto con la rivoluzione informatica. Dopo il 1995 la crescita della produttività negli Stati Uniti ebbe un’accelerazione, perché le aziende americane si riorganizzarono per sfruttare le nuove tecnologie. Fu proprio allora che l’economia italiana perse la sua magia, come hanno dimostrato Bruno Pellegrino e Luigi Zingales (https://voxeu.org/article/diagnosing-italian-disease).
La domanda è perché l’Italia non sia riuscita a capitalizzare la rivoluzione informatica. La risposta, a mio parere, sta nel disallineamento fra le istituzioni ereditate dal Paese e le necessità poste dalla nuova tecnologia. A metà degli anni 90, l’Italia si avvicinò alla frontiera tecnologica, affrontando la sfida dell’innovazione, e in particolare dello sviluppo e applicazione di nuovi sistemi informatici. Ma gli amministratori delle aziende possedute e controllate dalle grandi famiglie imprenditoriali, sia che si trattasse di manager professionisti sia che si trattasse di membri della famiglia, erano riluttanti a mettere a rischio questo patrimonio. Erano riluttanti a operare una riorganizzazione radicale per poter sfruttare al meglio le tecnologie informatiche. Gli investitori esterni potevano esercitare pressioni limitate, perché le scalate ostili e i voti di sfiducia da parte degli azionisti erano praticamente impossibili nel sistema italiano. Le aziende statali erano scarsamente incentivate a riorganizzarsi. Le banche, controllate o semplicemente condizionate dalle amministrazioni comunali e regionali, erano riluttanti a prestare soldi per finanziare progetti non collaudati, radicalmente nuovi. E i politici, poiché ricavavano vantaggi dai loro rapporti stretti con l’industria, non avevano nessun desiderio di alterare lo status quo.
Insomma, le stesse istituzioni – imprese familiari, aziende pubbliche e banche controllate dallo Stato – che avevano servito ottimamente l’economia nella fase del catching-up ora rappresentavano un ostacolo al proseguimento della sua espansione. Altri elementi della costellazione istituzionale, come un sistema dell’istruzione più bravo a formare una manciata di ingegneri qualificati che a produrre una forza lavoro con alti livelli di preparazione linguistica e matematica, un settore pubblico pesantemente indebitato con poche risorse da investire nella ricerca e un settore dei servizi protetto e vezzeggiato dalla regolamentazione, non facevano che aggravare il problema.
La partecipazione al mercato unico, e poi all’euro, sarebbe dovuta servire a scuotere l’Italia per farla uscire da questo equilibrio negativo. Esponendo le aziende a una concorrenza più accesa e rimuovendo la scorciatoia della svalutazione della lira avrebbero dovuto costringerle a nominare manager professionisti, installare nuovi sistemi informatici, riorganizzarsi e diventare più competitive a livello internazionale, per non rischiare di ritrovarsi fuori mercato.
La domanda è perché non siano state più numerose le aziende che hanno risposto a questo stimolo. La risposta, a nostro parere, è che l’ombra della storia è persistente. Gli assetti istituzionali che hanno servito ottimamente il Paese per mezzo secolo avevano messo radici forti ed era praticamente impossibile cambiare alcuni di questi assetti senza cambiare anche gli altri. Non puoi rafforzare la governance aziendale e i diritti degli azionisti senza riformare anche il sistema finanziario. Non puoi riformare il sistema finanziario senza limitare anche il coinvolgimento del Governo nell’economia. E così via. Ognuno di questi assetti prevalenti rappresenta un ostacolo al cambiamento degli altri.