Per oltre settant’anni la fusione è stata considerata una delle più grandi sfide della ricerca scientifica. Oggi, però, il settore sta attraversando una fase diversa. Ai progressi della fisica del plasma si affiancano quelli nel campo dei magneti superconduttori ad alta temperatura e dei materiali avanzati, nell’elettronica di controllo e nella capacità di calcolo necessaria per simulare il comportamento del plasma. Cresce, inoltre, il coinvolgimento di governi e investitori privati, che stanno aumentando le risorse destinate allo sviluppo delle future centrali. È il segnale di una trasformazione significativa: la fusione non è più soltanto un programma scientifico, ma sta iniziando a costruire la propria base di sviluppo industriale. L’obiettivo resta quello di riprodurre sulla Terra il processo che alimenta il Sole, ovvero sia fondere nuclei leggeri di deuterio e trizio ottenendo elio e liberando enormi quantità di energia. Il processo di fusione non produce emissioni dirette di CO₂ durante la generazione di elettricità, come la fissione nucleare. La fusione inoltre genera quantitativi molto inferiori di rifiuti radioattivi rispetto alle centrali convenzionali e non comporta rischi associati a reazioni a catena. L’energia da fusione utilizza ridotte quantità di combustibile, costituito da deuterio, ampiamente disponibile ed estraibile dall’acqua di mare e il trizio, che potrà essere prodotto direttamente all’interno dei futuri impianti attraverso componenti specifici della macchina contenenti litio, elemento in grado di rigenerare il trizio necessario al funzionamento del reattore. Le potenzialità della fusione, bene precisarlo, sono rilevanti. Secondo l’International Atomic Energy Agency (IAEA), un chilogrammo di combustibile per la fusione può liberare quattro milioni di volte più energia rispetto a un chilogrammo di carbone. Una futura centrale potrebbe quindi fornire elettricità continua e programmabile, indipendente dalle condizioni meteorologiche, contribuendo a integrare le fonti rinnovabili e a rafforzare la sicurezza energetica. La fusione, in questo senso, si presenta come una delle tecnologie con il maggiore impatto per la decarbonizzazione dei sistemi energetici, pur avendo sfide significative da superare. Oltre a mantenere un plasma stabile a temperature superiori ai 100 milioni di gradi, occorre per esempio sviluppare materiali resistenti a quelle temperature e sistemi affidabili per produrre e recuperare il trizio, il tutto codificato in processi industriali standardizzati. Secondo IAEA, IEA e Fusion Industry Association, il successo della fusione dipenderà tanto dall’evoluzione della tecnologia quanto dalla nascita di una filiera industriale in grado di progettare, costruire e gestire tutte le infrastrutture necessarie al funzionamento delle future centrali.
Dove è arrivata la ricerca sulla fusione I risultati ottenuti negli ultimi anni rappresentano in tal senso segnali incoraggianti. Nel dicembre 2022, il National Ignition Facility del Lawrence Livermore National Laboratory ha ottenuto per la prima volta l’ignizione in un esperimento a confinamento inerziale, una tecnologia di fusione sulla quale la ricerca sta viaggiando in parallelo con la fusione a confinamento magnetico: per la prima volta è stata prodotta più energia dalla reazione di quanta ne fosse stata utilizzata nel processo. Parallelamente, la fusione a confinamento magnetico – oggi considerata la strada più promettente verso la produzione continua di elettricità – ha compiuto importanti progressi grazie allo sviluppo dei magneti superconduttori ad alta temperatura e all’avanzamento dei principali programmi internazionali. Il progetto ITER, in corso in Francia, rimane il più grande esperimento mondiale sulla fusione e punta a dimostrare la possibilità di produrre dieci volte l’energia immessa nel plasma, aprendo la strada ai successivi reattori dimostrativi. Accanto ai grandi programmi pubblici è cresciuto rapidamente anche l’ecosistema industriale. Secondo la Fusion Industry Association, nel mondo operano ormai decine di aziende specializzate nello sviluppo di tecnologie per la fusione. L’International Energy Agency, dal canto proprio, evidenzia come il settore stia entrando in una fase di progressiva industrializzazione, nella quale accanto alla ricerca diventano sempre più importanti le competenze ingegneristiche e la costruzione di una supply chain dedicata.
Costruire una filiera globale Eni è stata tra le prime compagnie energetiche a investire con continuità nella fusione. Il gruppo italiano ha costruito negli anni una rete di collaborazioni che coinvolge centri di ricerca, università e partner industriali in Italia, nel Regno Unito e negli Stati Uniti (dove è azionista strategico di Commonwealth Fusion Systems, spin-off del Massachusetts Institute of Technology impegnato ad accelerare l’industrializzazione della fusione a confinamento magnetico ) con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo delle competenze necessarie per accompagnare la fusione verso la fase commerciale. In Italia, la società partecipa con una quota del 25% al progetto DTT (Divertor Tokamak Test Facility) promosso da ENEA e dedicato allo sviluppo di componenti fondamentali per la gestione del calore all’interno dei futuri reattori a fusione. A queste iniziative si aggiungono collaborazioni con università e centri di ricerca e programmi di alta formazione rivolti alle nuove professionalità del settore, con un obiettivo ben definito: affiancare alla ricerca scientifica lo sviluppo di capacità ingegneristiche, competenze industriali e servizi specializzati, tutti elementi destinati a diventare centrali nella futura catena del valore della fusione.
RH3OVA, per la fusione nasce una nuova industria dei servizi Il passaggio dalla ricerca all’industrializzazione ha trovato concreta applicazione nella nascita di RH3OVA, la joint venture costituita da Eni e dalla United Kingdom Atomic Energy Authority (UKAEA) nel Regno Unito. RH3OVA rappresenta un tassello importante per la futura infrastruttura industriale della fusione perché ha come obiettivo quello di mettere a disposizione dell’intero settore consulenza specialistica e soluzioni operative in uno degli ambiti più delicati per lo sviluppo commerciale di questa tecnologia, quello del ciclo del combustibile. Le future centrali a fusione utilizzeranno infatti deuterio e trizio. Se il primo componente è facilmente reperibile, il secondo è estremamente raro e dovrà essere gestito lungo tutto il suo decorso di vita: produzione, utilizzo nel reattore, recupero dai gas di scarico, purificazione e riutilizzo. La disponibilità di processi affidabili ed efficienti rappresenta uno dei principali fattori abilitanti per la diffusione commerciale della fusione, come evidenzia anche il Fusion Industry Supply Chain Report 2026 della Fusion Industry Association, che individua proprio nelle tecnologie del ciclo del combustibile una delle priorità emergenti della futura supply chain. RH3OVA risponde a questa esigenza con i propri servizi end-to-end, dagli studi di fattibilità e progettazione fino all’implementazione degli impianti e al supporto operativo, mettendo a fattor comune l’esperienza maturata da UKAEA nella gestione del trizio e le competenze industriali sviluppate da Eni nella realizzazione di infrastrutture complesse e nell’ambito della fusione. L’obiettivo è supportare aziende e organizzazioni attive sia nella fusione a confinamento magnetico sia in quella a confinamento inerziale, contribuendo alla standardizzazione di processi destinati a diventare essenziali quando i primi impianti entreranno in esercizio. La nuova società si inserisce inoltre nel percorso già avviato dai due partner con la realizzazione dell’impianto UKAEA-Eni H3AT Tritium Loop Facility di Culham, destinato a diventare uno dei principali centri mondiali per studiare il recupero e il riciclo del trizio. Se H3AT punta a sviluppare conoscenze e tecnologie, RH3OVA ha come missione quella di trasferirle sul mercato, accompagnando la transizione della fusione da programma scientifico a futura industria energetica.
In questa puntata parliamo dei nuovi mutui fino a 40 anni che possono aumentare la cifra finanziabile per gli under 36; delle nuove regole europee sugli imballaggi e di cosa cambia per imprese e consumatori;...